Lo scienziato cognitivo americano George Lakoff, che è intervenuto proprio questa mattina al meeting dell’AACS, già nel suo lavoro del 1980 scritto insieme a Mark Johnson, Metaphors we live by, spiega che il pensiero umano è per natura metaforico². Per interpretare una determinata situazione, la nostra mente automaticamente la mette a confronto con altre situazioni più concrete (e.g. la metafora: una discussione è una battaglia. E lo scontro fisico è chiaramente un’esperienza più “basica” di una discussione fatta solo di parole), e se identifica una quantità sufficiente di somiglianze può decidere di servirsene per interpretare il presente e prendere le necessarie decisioni. La metafora crea nuovo significato: pensare a una discussione come una battaglia ha conseguenze diverse che rappresentarsela come uno sforzo collaborativo, a collaborative effort.

Più tardi Lakoff aggiusta il tiro e parla di “modelli cognitivi idealizzati”³ (MCI): il punto è che quando la nostra mente interpreta una situazione, non la divide in singoli elementi ma la considera nel suo insieme, e la mette a confronto con altre situazioni già note, anch’esse prese nel loro insieme. I singoli elementi non contano: citando Lakoff, l’insieme delle parti ha più significato della somma dei significati delle parti. Manuel potrebbe e.g. chiedersi: questa relazione è (era) simile a una battaglia? o è stata piuttosto uno sforzo collaborativo?4

Sopra ho usato la parola “situazione” impropriamente, il termine tecnico è Gestalt, che in tedesco significa: forma, aspetto, figura. Nel 1980, quando Lakoff e Johnson hanno pubblicato Metaphors we live by, la scuola di pensiero dominante nello studio dell’intelligenza era quella cosiddetta oggettivista, basata sull’idea che (i) la realtà sia dotata di uno ed un solo significato oggettivo (i.e. esiste una verità oggettiva), e (ii) interpretare una situazione significhi individuare i fatti atomici che la formano per poi calcolare le interazioni tra di essi via algoritmi matematici inconsci5.

I filosofi cognitivi alla Lakoff sembrano essere tutti d’accordo che invece (i) la verità non è unica perché ogni essere umano percepisce e interpreta la realtà a modo suo, e (ii) l’interpretazione avviene non in maniera algoritmica, ma guardando la situazione nel suo insieme e confrontandola con altre situazioni note (MCI) che formano il software della nostra mente.

Ho capito questa distinzione, ha spiegato Élodie a Manuel6, grazie a un corso di robotica che mostrava come finora ogni tentativo di costruire robot che interagiscano in maniera analitica con l’ambiente circostante, e.g. calcolando matematicamente la distanza tra gli oggetti, la forza da applicare per spostarli, o la traiettoria da seguire per evitarli, ecc., sia fallito. Invece i robot con poco cervello ma progettati per risolvere efficacemente un numero limitato di task funzionano alla grande (vedi i rover che continuano, senza grossi problemi per i tecnici NASA a terra, a vagare per Marte e raccogliere dati).

_______________________________

² Élodie e Manuel sono d’accordo a considerare mainstream e pieno di errori il lavoro di Lakoff degli ultimi anni, stile Don’t think of an elephant (2004), dove L. cerca di usare il suo modello di filosofia del linguaggio per spiegare ai democratici come battere i repubblicani nella corsa alla casa bianca. Ma sono anche d’accordo, ne hanno parlato quando si sono incontrati in segreto a Boston mesi fa, che il lavoro dei primi anni ottanta è truly groundbreaking.

³ e.g., Lakoff, Women, fire and dangerous things (1987).

4 Nel pensare questo Manuel, separatosi da Élodie, si incammina per la salita che porta al quartiere di North Beach e al suo albergo. Si domanda se dopotutto non sarebbe stato meglio sistemarsi downtown. Il suo albergo non è downtown perché Manuel odia downtown, ma il meeting è downtown e la maggior parte dei partecipanti, ad es. Élodie, sono alloggiati downtown, Élodie non ha particolari problemi rispetto a downtown. Dato che si trova in una città attraversata da una gigantesca faglia tettonica, gli viene anche in mente che a parità di solidità strutturale gli edifici costruiti sulle alture, come il quartiere di North Beach, sono più sicuri in caso di evento sismico di quelli che come ad es. downtown sorgono in pianura, al livello del mare. Perché in pianura tra il letto roccioso e la superficie su cui camminiamo vi è uno spesso strato di sedimenti in cui le fondamenta degli edifici sono immerse. Sabbia che in caso di terremoto oscillerà selvaggiamente, fenomeno noto ai sismologi come liquefazione. Mentre in cima alle alture tanti sedimenti non ce ne sono, perché i residui dell’erosione scivolano verso il mare. Bisogna però anche tenere conto della solidità strutturale, e mentre il quartiere bohémien di North Beach è fatto di vecchie case sgangherate (e l’albergo dove Manuel alloggia è in muratura: il peggio), a downtown che peraltro è stata disintegrata dal terribile terremoto del 1906 non ci sono che grattacieli modernissimi costruiti secondo tutti i crismi antisismici.

5 Secondo la teoria che Lakoff contraddice, Manuel abbracciato a Élodie vede e sente: la schiena di Élodie, il profumo di Élodie, la voce di Élodie, che deve in qualche modo (come?) distinguere rispettivamente dal bordo della pista di pattinaggio a cui è appoggiato, dall’odore di smog e hamburger e chissà quale altro odore ha Union Square il 16 dicembre, dal rumore del traffico, ecc. , dopodiché la mente di Manuel dovrebbe condurre un rapido calcolo per dedurre da tutti questi indizi che l’entità singhiozzante cui è abbracciato è effettivamente Élodie, con tutti gli annessi e i connessi.

6 Via skype, dalla California alla Svizzera; o nelle serate tranquille a casa di Manuel durante le quattro settimane che Élodie con la scusa del lavoro, o forse davvero a causa del lavoro, chi può dirlo, nemmeno Élodie lo sa, ha trascorso a Losanna. E il suo compagno a San Diego pensava, così come anche tutti i loro colleghi, che dormisse in uno studentato.