L’irrazionale non diventa mai razionale. Quel prefisso ir che frizzica in gola, frizzica la razionalità infervorandola. L’irrazionalità è un po’ come il disordine. È una grossa montagna di vestiti che giace da una settimana e mezza sul divano, sulla sedia della scrivania e qualche volta sotto al letto. E la mamma si lamenta. La domenica soprattutto, quando le mamme aprono le finestre per arieggiare e si vergognano della montagna. “Io non ti metto nulla a posto”. Ma poi lo fanno, sono mamme.

La camera di I. è sempre stata un gran casino, un caos infinito. Un groviglio unico di maniche lunghe che si legano ad altre maniche lunghe tenendosi forte per non cadere dietro al letto, lì dove c’è il nero, lì dove si nascondo i mostri delle notti dell’infanzia. Il caos della camera non può che riflettersi nella vita di I., una vita di cose dimenticate, flash indietro e amiche che ti servono per ricordarti anche il compleanno. Un’agenda rossa serve a poco se ci si dimentica la penna nera con cui scrivere. Si dice che il disordine sia arte, un’arte che capisce solo l’artista. I. infatti nel disordine ci sguazza bene. Ormai è la sua vita e sa trovare una soluzione a tutto.

Capita però che anche il caos si plachi. Un attimo. E con lui anche I. Un attimo per riprendere fiato, quelle gambate veloci che separano il naso dall’ossigeno fuori dal mare. Spalanchi la bocca, arieggi il corpo e torni giù nel verde scuro delle alghe. Si dice che nel disordine, il disordinato ritrovi i pezzi che dimentica. Si dice anche che chi prova a mettere a posto le cose degli altri, finisca per incasinare ancora di più. Si dice che solo il caso ti faccia trovare il vero amore, lo dice la mia coinquilina che per caso ha trovato la cosa più importante della sua vita. I. non ci ha mai creduto perché sebbene l’irrazionalità dell’amore le piaccia abbastanza, in fondo sempre disordine è.

Forse quell’amica aveva ragione, forse per caso ti ho incontrato. Ma sono stata troppo disordinata per farti mio, per segnare sull’agenda il tuo compleanno con un cuore disegnato accanto. Mi dimentico sempre la penna. Incapace di razionalizzare il casino del mio stomaco, ho taciuto la cosa più razionale che potessi dire: dirti c o s a?.

Ora però sono diventata grande, abito da sola in un piccolo monolocale. Il disordine mi soffocherebbe, come quel sentimento che ho represso in questi ultimi mesi strappandolo dallo stomaco, espellendolo dal cuore. Ora piego le maglie, infilo le scarpe nel ripostiglio buio, divido i pennelli del trucco dalle matite nere. Il primo ripiano del frigo è per la verdura, quello centrale per i formaggi.

Spero tuttavia che tu possa arrivare in questa pagina per caso e capire l’importanza delle quattro lettere che dovevo dirti quella volta. C o s a dovevo dirti?. C-osì O-ra S-ai (che ti) A-mavo.

Cadorna, fermata Cadorna.