La guerra che non ho fatto. Frammenti #4

- 27 Gennaio 2011

Sì svegliò ancora una volta. Non lo aveva dato per scontato, né era del tutto certo di esserne contento: sentiva le sue membra esprimere la volontà di staccarsi da lui e andare ognuna per la propria strada. Era certamente il freddo a convincerle a rimanere unite, perché i suoi vestiti non tenevano insieme nemmeno loro stessi.

Doveva essere mattina.

Si rimise in piedi, lentamente, appoggiandosi alla parete della grotta, poi scivolò fuori, in direzione della luce che si faceva sempre più decisa. Ci vollero parecchi secondi perché i suoi occhi si adattassero al bagliore del sole, secondi in cui Luigi rimase fermo, eretto, con un braccio davanti al viso. Sembrava un condannato a morte in attesa di fucilazione e forse sperava davvero che un tedesco o un camerata uscissero fuori da una roccia e gli concedessero finalmente il meritato riposo. Non accadde.

Le pupille gli si strinsero abbastanza da poter guardare l’orizzonte: il cielo era limpido come può essere solo d’inverno, proprio come il giorno in cui, dal treno che lo portava a Milano, osservava quelle stesse montagne che adesso erano diventate casa sua. Quella mattina, viceversa, ammirava dall’alto le colline e la pianura, giù fino alla città, colpita nient’altro che dal sole. Fu allora che sentì un rumore.

Sul balcone della baita sul lato opposto della valle c’era una donna che picchiava con forza un tappeto con un battipanni. I colpi rimbombavano sulle pareti rocciose, uno dopo l’altro, precisi e regolari come proiettili sparati da un cecchino meticoloso, senza fretta. Non riusciva a dire se fosse giovane o vecchia, bella o brutta: era semplicemente una donna, uscita in balcone per togliere da quel tappeto la polvere e la sporcizia accumulatesi nel tempo infinito in cui le finestre della baita erano rimaste chiuse.

Luigi si portò le mani alla bocca, lentamente. Prese fiato e non senza fatica. L’aria del mattino era gelata, eppure i suoi polmoni se ne riempirono volentieri. Aspettò il momento più propizio, tra un proiettile e l’altro, poi urlò alla donna:

‒ L’è finìda?

Lei non si fermò. Non si portò le mani alla bocca e continuò col suo lavoro. Forse alzò leggermente lo sguardo, o forse no. Prese anche lei fiato e occupò senz’altro lo spazio tra due spari:

‒ L’è finìda! L’è finìda!

Non c’era gioia in quella ripetizione, né solennità, né commozione: solamente pace.

Luigi guardò nuovamente l’orizzonte e iniziò ad andargli incontro.

 

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