La guerra che non ho fatto. Frammenti #2

- 13 Gennaio 2011

Un ragazzo saltò fuori dal nulla e si mise a correre con tanta foga che Luigi per un attimo ne restò ammaliato. Gli ricordò quel giorno allo stadio, con suo padre, quando vide per la prima volta Giuseppe Meazza danzare dietro a un pallone: ogni passo era potente e aggraziato, bello e utile allo stesso tempo. Stavolta però si giocava a un altro sport: schivando ostacoli invisibili con improvvise piroette, il giovane si dirigeva velocissimo verso la meta avversaria, dove avrebbe certamente depositato la piccola palla ovale che teneva stretta in mano. Sembrava davvero potercela fare, ma gli uomini in maglia nera sbucarono fuori all’improvviso, decisi a fermarlo con le cattive.

Nessun arbitro comparve. Non si sentì alcun fischio. Solo una scarica di colpi troppo forti per essere applausi dalle gradinate. Luigi guardò quel corpo atletico arrestare improvvisamente la sua corsa, come se si fosse schiantato contro un muro, e crollare a terra esanime, mentre brandelli dei suoi vestiti sventolavano intorno a lui intrisi di sangue. In quell’istante vide la vita e la morte toccarsi e fondersi, diventare una cosa sola, poi di nuovo separarsi. E la vita era in lui, mentre la morte aveva preso quel ragazzo.

Accecato, si voltò di scatto. Solo allora si accorse di tutti gli altri che combattevano imperterriti al suo fianco. Non uno di loro aveva smesso di sparare e forse nemmeno si erano accorti dell’accaduto. La guerra durava già da così tanto? Imbracciò il fucile che gli avevano dato in consegna e sparò sei colpi al vuoto. Nel farlo chiuse gli occhi, spingendo fuori le lacrime di cui si erano riempiti. Era stato il freddo, certamente; eppure le gocce non gelarono sulle sue guance, ma scivolarono giù fino a intridergli la barba, che non tagliava da tre giorni. Respirava a fatica. Si rese conto in quel momento di non essere di alcun aiuto alla cosiddetta resistenza. Non che non fosse un buon soldato o che i discorsi dei capi partigiani non lo avessero convinto. Ma se quel ragazzo fosse stato vestito di un altro colore e avesse corso verso di lui con quella bomba in mano, che cosa avrebbe fatto Luigi Bollati? Avrebbe sparato, sì o no? Entrambe le possibili risposte lo terrorizzavano, in maniera diversa, ma in egual misura.

Gettò il fucile a terra e scappò via. Pensò alla sua esistenza fino a quel momento: era stato un soldato fascista solo perché nato maschio e sano in un piccolo paese della Lombardia, il 15 Dicembre 1917; poi un disertore, per via di un ritardo ferroviario avvenuto sulla linea Como-Milano il 12 Febbraio 1942; infine un partigiano, per aver sbattuto quello stesso giorno contro un comunista milanese, in un vicolo vicino alla stazione. Ora era diventato un traditore della resistenza, perché incapace di reggere fisicamente ed emotivamente la guerriglia urbana. Pensandoci bene, anche quelle di sposarsi e fare un figlio non erano state vere e proprie scelte. Ma lo potevano ancora diventare.

 

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