La guerra che non ho fatto. Frammenti #1

- 6 Gennaio 2011

Aveva sempre avuto una strana fascinazione per i treni. In particolare gliene piaceva l’odore. Non che l’avesse annusato spesso, anzi: quello sarebbe sicuramente stato il viaggio più lungo della sua vita. Oltre il finestrino immancabilmente sporco, il cielo era limpido come può essere solo d’inverno e si distingueva chiaramente ogni cima, anche quelle che lui stesso avrebbe varcato tra poche ore. Il suo ventiquattresimo compleanno era già passato da un pezzo, ma il regalo più gradito gli era appena stato fatto.

‒ Peccato però…‒ aveva detto Luigi, sottovoce.

‒ Che cosa? ‒ aveva replicato il sottotenente, sovrappensiero.

‒ Essere qui a pochi chilometri da casa e non poter salutare mia moglie…

L’ufficiale aveva distolto allora le pupille da una coppia di infermiere e si era fatto un po’ più attento.

‒ Non è venuta a salutarti lei?

‒ Ha partorito ieri, signore…

‒ Ah, perbacco! E ti sembra questo il modo di dirmelo, soldato?

Rispettava le formalità gerarchiche solo nei luoghi pubblici e, chissà perché, in questa situazione la cosa sembrava a entrambi particolarmente strana.

‒ Beh, io l’ho saputo ieri sera e…

‒ Maschio o femmina?

‒ È una femmina, signore.

‒ E come l’avete chiamata?

‒ Ancora non lo abbiamo deciso.

‒ E non è il caso che lo decidiate, invece?

‒ Beh, certo, ma…

‒ Vorresti vederla?

Luigi aveva semplicemente abbassato lo sguardo.

‒ Ascolta, Bollati…‒ il tono di voce dell’ufficiale si era fatto più basso e la sua testa si era avvicinata a quella di Luigi

‒ Qui ce ne sarà per almeno quattro ore: preparativi, discorsi, burocrazie… tu ce la fai ad andare e tornare?

Luigi non credeva alle sue orecchie.

‒ Sì, signore, signorsì! ‒ prodigandosi in un saluto decisamente eccessivo, tanto che lo stesso tenente gli fece segno di evitare.

Così era tornato a casa, aveva preso in braccio sua figlia e le aveva dato un nome. Aveva baciato sua moglie, giurando non fosse l’ultima volta, ma sapendo che non dipendeva da lui. Aveva ripreso il treno e ora, mentre Milano si avvicinava di nuovo, riassaporava quei momenti e quelle sensazioni, fissandole nella memoria: gli avrebbero tenuto caldo durante il resto dell’Inverno Russo. Si domandava come avrebbero fatto ad arrivare tutti quanti in treno fin lassù, se già al di qua delle Alpi i vagoni semivuoti rantolavano su binari ghiacciati, rallentando il passo fino a farsi superare dai cavalli.

Appena sceso in Centrale, si portò subito al binario dove aveva lasciato il suo tenente: le lunghe barre di metallo e le traversine catramate erano ancora al loro posto. Il treno che ospitava il suo plotone, la sua compagnia e il suo intero reggimento, invece, non c’era più. Era partito per il fronte con settantaquattro chilogrammi di zavorra in meno.

 

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