La distrazione dei ricordi 4

Il fresco arrivava dal mare.

A tratti disturbava la pelle, zigrinandola.

Da qualche giorno eravamo entrati in quel mese che si lascia alle spalle una stagione e accoglie a braccia aperte l’altra, la prossima.

Senza sfumature o pause.

Se al tavolo ordinavi una bevanda calda, non ti guardava male nessuno.

Io avevo a pochi centimetri dalle labbra, una tazza di tè caldo.

Vi galleggiava una sottile fetta di limone. Scioglieva i suoi raggi con rapidità.

Lei aveva detto qualcosa. Non avevo capito. Ma non avevo la volontà di chiedere cosa.

Pensavo alla maglietta che indossavo, probabilmente troppo corta.

Stava continuando a parlare, ma io non l’ascoltavo.

Mi limitavo ad alzare la testa per scorgere qualcosa che attraversasse il cielo.

Lei disse una frase tipo ma mi stai ascoltando. Una domanda, sicuramente.

Ancora con lo sguardo verso le prime nuvole che stavano inscurendosi, le dissi che ieri ero stato dall’oculista perché mi avevano detto che ho gli occhi tristi, e così me li sono fatti rallegrare.

Sei uno stronzo, rispose.

Mi ha fatto pure un test dove il risultato è stato che non ho lacrime, e io ho aggiunto che le avevo consumate tutte. Anche le riserve.

Quando tornavo a guardarla sorrideva. Probabilmente era sarcasmo. Mi ripagava con la stessa moneta.

Volevo dirle che innamorarsi come fa lei fa male al cervello.

Ma non le dissi niente.

Lei diceva che stava bene, stava bene così. E più lo diceva più lo ripeteva e più lo ripeteva più sembrava convincersene. Che lei stava bene.

Ci sarebbe stato perfettamente un discorso di come secondo me tutte le problematiche sentimentali hanno una loro radice comune, e che questa radice si chiama mancanza di immaginazione di sé a lungo termine, e invece le ho parlato dei paesaggi nella narrativa contemporanea.

«Secondo te non ci sono troppe pagine, ultimamente, in cui nei libri se piove i personaggi sono tristi e se fa il sole sono allegri?».

Lei finse di pensarci qualche secondo, e io ne approfittai per mandare giù un altro sorso di tè.

«Pensi quindi che il paesaggio influisca sul carattere dei personaggi?».

«Penso che dentro i libri siano tutti meteoropatici».

Mentre lei aveva ripreso a parlare della sua vita, pensavo che l’amore è una creazione umana, un’illusione che ti fa credere di stare meglio, un’illusione per sentirsi meno soli, meno abbandonati.

Un’invenzione dell’uomo per non essere da meno. Come Dio. Come la religione. Qualcosa e qualcuno in cui credere. Qualcosa per non impazzire. Qualcosa che ci complica la vita notevolmente.

Un bacino artificiale per poeti, pittori, cinematografari, cantanti, romanzieri, commercianti, e che l’amore rende viva l’economia.

«È meglio essere illusi o disillusi?», le chiesi interrompendola.

Rispose tutto il mio contrario.

In fondo era quello.

La fetta di limone non galleggiava più. Aveva toccato il fondo.

Quando rialzai la testa un solo uccello stava squarciando le nuvole.

Mi chiese dei gerani, se stavano bene.

Li innaffio più volte al giorno, ho risposto io.

 

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2 commenti

  1. uhm, che freddo. la metereopatia è una piaga sociale precendente la precarietà e successiva allo statalismo. non so cosa intendo dire con ciò, però credo che nel frattempo si sia raffreddato anche il tè.

  2. giuseppe rizza

    Per un racconto meteoropatico ci vuole un commento meteoropatico