Ti ho chiesto d’aspettarmi. Dopo meno di un mese eri già andata via.

Le ferite si riaprono nella notte. La pelle si slabbra. Il sangue macchia le lenzuola.

Il mio sangue è dolce, me lo sono succhiato dalle dita. (Sarà pieno di zuccheri).

I ricordi rovistano nei cassetti.

Ti ho sentita entrare, tornare a casa, durante la notte.

Non poteva essere un sogno.

Ho percepito come uno sbattere di stoviglie, in cucina.

La tua ombra che cercava fra i miei libri.

Tu che andavi sul terrazzo a visitare i gerani.

Al risveglio mancava quel libro di Nabokov.

E un vaso di gerani.

I gerani li ho trovati calpestati sul marciapiede, diverse decine di metri sotto il terrazzo.

C’erano cocci puntuti sparsi a pochi centimetri dall’asfalto, a pochi centimetri dal mio muscolo principale.

Non se ne distingueva il colore, sporco di terra e di passato.

Il libro di Nabokov sarà andato a finire in qualche bookcrossing al parco, su una panchina.

E al parco sono, così puoi fare con calma il tuo trasloco, prendere le cose che reputi necessarie per continuare a vivere.

L’inchiostro è stato inventato simpatico proprio per questo. Per non lasciare traccia.

Porta via tutto, anche le giornate al mare, il sesso in autostrada, gli arrivi in aeroporto, le valigie da disfare, le canzoni in autoradio, le pizze surgelate.

Prenditi tutto il tempo che vuoi, quello che credevi rimasto indietro è ancora avanti.

Se alzo la testa devo aspettare un minuto, prima che passino degli storni.

Saranno stati una ventina. E nessuno è rimasto indietro.

Malgrado l’aria imbalsamata dal freddo.

Se metto gli occhi su una pagina aperta a caso, l’inchiostro nero sulla carta non è altro che zampe di gallina, righe ammassate senza significato, fodera per gabbie d’uccelli.

Queste settimane perdono giornate come pezzi indeboliti da saldature facili.

Ma la macchina continua a girare, malgrado gli incastri mancanti, i denti saltati, i dadi che cedono.

La chiamano inerzia.

Poi come se fosse del tutto inaspettato, c’è un attimo in cui crolla su se stessa.

Anche questo libro infarcito di parole a caso, è meglio lasciarlo al parco, sulla panchina.

Se alzi la testa oltre gli alberi trovi solo le ombre. Chi è rimasto solo è ormai dato per disperso.

Interrotto qualsiasi tipo di ricerca.

Quando sono tornato casa era come l’avevo lasciata.

Con i mobili. E dentro i mobili maglioni calze mutande e armature pacifiche per difenderci ogni giorno quando scendiamo per strada.

Dentro i mobili libri, dentro i mobili dischi, dentro i mobili film, per difenderci ogni giorno quando rimaniamo a casa, e per difenderci ogni giorno quando rimaniamo a casa, per paura di scendere per strada.

Sul tavolo della cucina c’era un tuo messaggio scritto a matita.

Non l’ho letto.

C’era scritto che salutavi, e mi raccomandavi di innaffiare le piante. I gerani, c’era scritto.