La distrazione dei ricordi 2

Alla fine si mise a nevicare.

E la neve rimase qualche ora dentro la terra dei gerani.

I petali che sgocciolavano neve. Come narici infreddolite.

La neve che prima si faceva acqua. L’acqua che si faceva fango.

Semafori distratti dal meteo.

La terra dei gerani che mi ha sempre fatto pensare alle tue iridi.

Le sillabe che usavi contro di me come fossero ciottoli di fiume. Levigati dalla tua lingua. Affilata.

Arrotata di insulti truccati da mascara scadente. Grandi magazzini vuoti al reparto cosmetica.

Dài una mano di fard alle mie giornate quotidiane.

«Cerca di innaffiare le piante». (I gerani?)

Ci sono alligatori che agitano le mascelle. Azzannano, ma con evidenti dubbi etici.

E scimmie a girotondo che ti afferrano per il collo.

Si chiamano ricordi. Apparentemente leggeri come trucioli. Graffiano l’aria e abitano i polmoni come pollini in primavera.

«Mi raccomando. Ricorda. Cerca di innaffiare le piante».

Ancora ricordi.

Scarti di giornata. Sacchi di organico lasciati decomporre nei retro dei ristoranti.

Menu di pesce fresco. Tortelli di pesce spada oppure ravioli fritti e bottarga di tonno grattugiata. Il pesce è tutto fresco. Poi viene congelato.

«E mi raccomando. Ricorda. Cerca di innaffiare le piante».

Ancora ricordi.

Formaggi da regalare ai vermi.

Qui dove il rumore riempie anche la neve. Questa neve che non si confonde con niente.

Questa neve che sotterra, che morde gli spigoli, questa neve che non è una poesia di Natale, ma una prosa commerciale comprata all’autogrill il quindici del mese di agosto.

«Ricorda».

Ogni ricordo un colpo di tosse. E ogni volta conati di vomito. Oggi sporcano la neve. Di questi paesi del cazzo. Di questi paesi sul mare del cazzo. Di queste cazzo di città toscane.

L’architettura è un solaio in cui nascondersi a capodanno.

Aumenta la distanza. Allontanati. Sempre più settimane fra te e i tuoi gerani.

Posizionare cariche di esplosivo fra i nostri ponti.

Le tue giornate siano campi minati.

Alzi la testa e non lo trovi. Ci sono storni abbandonati, persi nel cielo di neve di dicembre.

Le nuvole sono gonfie. Macchie d’umidità pronte a spostarsi sulle pareti. A confondersi con l’intonaco. Un tempo anche noi eravamo confusi alle lenzuola.

Ora sono solo seduto su questo balcone. Un piatto di ceramica fra le ginocchia e la bocca. Un cucchiaio che si riempie di pasta. Soffritto con cipolla.

«Ricorda. Cerca di innaffiare le piante».

Abbasso la cerniera.

La terra umida nei vasi sprofonda.

Ricordati di innaffiare le piante.

 

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2 commenti

  1. Una seconda puntanta in cui la scrittura si fa ancora più segmentata. Procede sulla scia dei ricordi e dei ricordi, che arrivano alla memoria come flash, segue la frequenza incalzante. Questo Giuseppe Rizza si avvicina più a quello poetico che conoscevo con questo suo incedere a piccoli passi precisi, per immagini.
    Una seconda puntata diversa dalla prima, d’impatto mi verrebbe da dire che la prima era riuscita a trascinarmi meglio.
    Cambieranno ancora la terza e la quarta puntata o recuperaranno gli echi di queste prime due?

  2. Questo Giuseppe Rizza che ti prende a schiaffi con le immagini. che freddo.