La distrazione dei ricordi 1

«Cerca di innaffiare le piante», gli disse.

Solitamente non alzava mai la testa. La sua postura ideale doveva permettergli uno sguardo verso il basso. Una tipica sagoma invernale. Il suo corpo dentro il cappotto, calze spesse dentro le scarpe, dentro le scarpe piedi gonfi. Una sciarpa a cadere sul davanti del cappotto. Un viale. Preferibile alberato. Foglie che cadono. Preferibile color vinaccia, o comunque secche a sufficienza, o chiuse dentro loro stesse come un’adolescente nella sua camera a non parlare. Autunno, ecco. Ancora qualche grado sopra lo zero. Ma le temperature sono previste in diminuzione. Brusco calo delle temperature. Anche di otto ‒ dieci gradi nelle prossime trentasei ore. Pioggia. La pioggia sta bene su tutto. O violenta, quasi da non vederci. O leggera, timida. Di traverso.

Due foglie secche color vinaccia. Una color vinaccia una color sabbia. Quasi incastrate una all’altra.

Una s’è gettata dall’albero con appena un secondo di ritardo sull’altra.

Cerca subito di entrare nella sua linea spaziale. Cerca di interferire. Come un canale satellitare porno. La tecnica è quella di far entrare una tetta durante il programma di comici in seconda serata.

Tra l’altro cosa cazzo c’è da ridere di questi tempi, non trovi? Fra trenta secondi anche un culo.

Asfalto umido due foglie secche color vinaccia o una color vinaccia e una color sabbia una suola una scarpa una calza e via tutto il resto.

Uno sguardo fisso. Sull’asfalto lucido.

«Mi raccomando solo una cosa».

Il collo si alza. Non noti il cielo. E neppure il colore. L’unica cosa che noti è il passaggio di una rondine. La chiami rondine perché non sapresti come chiamarla.

E c’è solo lei. È rimasta indietro. Lo stormo si è dimenticato di lei. O hanno deciso così.

Di fatto non sai nulla del regolamento interno degli stormi.

Ma soprattutto ti stupisci che ci siano uccelli in volo anche quando piove. Credevi che per loro esistesse un riparo in caso di pioggia.

Dove vanno gli uccelli quando piove, ti eri chiesto una domenica, da bambino, mentre fissavi la pioggia cadere.

Ti eri sorpreso di come non ci fosse più neanche il cielo fra i rami quando piove.

Ma solo la pioggia.

Ora una rondine, solitaria, attraversa il cielo imbrattato di pioggia.

Credi che ci sia della poesia dietro. O addirittura che sia poesia essa stessa. Invece al massimo potrà essere solo un’immagine poetica.

Probabilmente non c’è nessuna poesia. La rondine non sarà una rondine. Ma uno storno. In città ci sono gli storni. Stormi di storni. E sono una delle piaghe della civiltà moderna.

Cagano e rovinano tutto. Non sai i danni gli storni.

Gli storni sono così cattivi che questo l’hanno fatto fuori sicuro. L’hanno abbandonato a pochi chilometri dal mare, disorientandolo.

L’acqua scende a piccole gocce lungo il collo. Nonostante la sciarpa. Nonostante il cappotto.

Le scarpe ferme sull’asfalto bagnato. Sotto le scarpe due foglie vinaccia, incastrate una all’altra.

Oppure una vinaccia una sabbia.

Ritorni a testa bassa.

«Mi raccomando solo una cosa: cerca di innaffiare le piante».

 

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5 commenti

  1. Seguire la scrittura spezzata di Giuseppe Rizza non è semplice, specie con un testo on line, però il suo modo di scrivere mi incuriosisce particolarmente proprio per questo ritmo interrotto. Ho avuto modo di leggere qualche suo testo, sopratutto poetico, altrove e qui ritrovo lo sguardo tagliente sulla realtà attuale e sulle relazioni tra gli uomini che mi pare sempre più una sua cifra.
    Aspetto le altre puntate. Una settimana passa in fretta, no? :)

  2. Quando piove, gli uccelli vanno lì dove stanno anche le famose anatre del lago che gela, mi sa…

  3. Ah, ora che ci ripenso… quel «Mi raccomando solo una cosa: cerca di innaffiare le piante» me lo ripete sempre la mia vicina di casa guardando con sconforto le due piante condominiali che spetta a me innaffiare.
    Quasi quasi me ne vado con gli uccelli, almeno saprò dove vanno. :)

  4. polaroidiuntuffo

    bellissimo.