“Mi ricordo del presente, solo che non serve a niente”

Elio e Le Storie Tese, Effetto memoria [Primavera]

Sono caduto nella neve. Caduto, a faccia in giù.

Anzi, dire che sono caduto non è esatto: ho mollato tutto, insomma, mi sono lasciato andare di colpo. Sono solo, nel bosco, e la volpe morta è a meno di dieci metri da me, accoccolata sotto una leggera coperta di neve.

L’ho saputo ieri sera, il telefono è squillato mentre stavo consumando una improbabile cena a base di farinata, cioccolato fondente con nocciole e tè caldo alla menta, fumando la ventesima sigaretta della giornata.

“Ne abbiamo un’altra.”

Era una voce di donna, età indefinibile, probabilmente stava fumando anche lei.

“Prego?”

“Lo sa di cosa sto parlando. Un’altra volpe morta, nella neve, nel bosco vicino al Grigio.”

Darmagi.

“Perché ha chiamato me?”

“La smetta di fare domande inutili. Lei è il migliore, lo sanno tutti.”

“Sì, ma mi piace sentirmelo dire.”

“Il solito egocentrico sciovinista pieno di sé.”

“Neanche se mi conoscesse… Posso sapere almeno il suo nome?”

“No, rischierei di compromettermi.”

“E’ la prima volta che fa questo tipo di segnalazione?”

“Ma certo che no! Passo il tempo a frugare i boschi in cerca di cadaveri! Ma la smetta, non sono tutti morbosi come lei!”

“Chiedevo solo. E ha poco da strillare: sono in pochi ad avere il mio numero, e ancora meno sanno quello che faccio. Quindi sono assolutamente convinto che lei sia nel giro, e passi il tempo a trafugare corpi seminascosti dal ghiaccio. Per lei è come trovare un regalo inatteso, vero?”

“Senta, lei non…”

“Mi lasci finire. Scommetto che quando ne trova uno, bello freddo e paralizzato, prova una specie di fremito, come se qualcuno le stesse solleticando le labbra della fica con una piuma. Ci ho preso eh?!”

“Sarai anche diventato il migliore, ma sei lo stesso porco schifoso di quindici anni fa!”

Poi aveva riattaccato.

Quindici anni fa? Ma chi cazzo era?

Per trovare la volpe è bastato sguinzagliare Scilla, la migliore compagna per questo genere di cose. Un esemplare splendido, il freddo lo ha conservato benissimo.

Ed eccomi qui, di mattina in un bosco gelato, attorno la neve è fresca, si vedono poche impronte di animali,

a parte me nessun uomo è ancora penetrato in questo limbo dopo la nevicata. Mi sono arrotolato una sigaretta e ho mosso qualche passo verso il fiume.

In mano avevo già il sacco di plastica nera, pronto ad essere riempito.

Poi mi sono reso conto che non c’era nessuna fretta, nessuno sapeva che ero lì, nessuno aspettava il mio ritorno.

E così mi sono lasciato andare – giù – a faccia in giù, nella neve.

Darmagi.

Trattengo il respiro, tengo gli occhi chiusi. La neve morde ogni centimetro della mia faccia.

Il fumo è ancora imprigionato nella mia bocca, tra poco non potrò più trattenerlo.

Espirando mi rigiro a pancia in su, butto fuori il fumo, respiro affannosamente. La faccia brucia. Anche la sigaretta brucia ancora – tiro un’altra boccata.

Avevo immaginato quel momento centinaia di volte. Prima di addormentarmi, o al mattino aspettando di trovare la forza di alzarmi dal letto. Persino in aula, tra una diapositiva e l’altra.

Eri arrivata nel luogo dell’appuntamento in perfetto orario, io ero già lì da dieci minuti. Ero arrivato prima per poter trovare una posizione adatta, per osservarti senza essere notato.

Sei uscita della stazione e hai attraversato la strada. Non riuscivo a capire se eri nervosa oppure no, se ti importava di quello che stava per succedere o se eri abituata a questi inviti. Eri bella, ti si notava subito in mezzo alla folla. O meglio, io ti avevo notato subito. E ti avrei notato anche con la pioggia, se ci fosse stato un tornado di sabbia abruzzese, una grandine di rospi o la visita del primo ministro inglese per inaugurare la metropolitana.

Ti sei fermata sotto il lampione.

Ti ho lasciato ad aspettare dieci minuti buoni, volevo farmi desiderare.

Tu guardavi la vetrina di una tabaccheria.

Eri di spalle, mi avvicinai. Ti sei accorta di un’ombra dietro di te, mi hai visto riflesso nel vetro mentre mi accendevo una sigaretta.

Avevi un sorriso splendido quando ti sei voltata, un sorriso tutto per me. Io cercavo di contenere l’entusiasmo. Due baci sulle guance, di rito.

Cominciammo a passeggiare per le vie del centro, si capiva che sarebbe stato un bel pomeriggio, la città era tutta per noi. Niente silenzi imbarazzanti, niente argomenti scontati. Tutti e due sapevamo dove volevamo arrivare. Sapevamo che l’altro non ci poteva tradire, che potevamo fidarci ciecamente e parlare fuori dagli schemi.

Eri fantastica quel giorno. Eri la ragazza perfetta. E io cercavo di fare del mio meglio.

Poi ci siamo trovati, come per caso, nei viali di un parco. Era una giornata di primavera, i prati erano più vivi che mai, pieni di gente: studenti che ripassavano, ragazze che prendevano il sole, bambini che giocavano.

Ci fermammo ad un chiosco per prendere il famoso caffè – dopotutto è per questo che ti ho invitato, no? – Un altro sorriso.

Mi stavi mostrando l’ultimo libro che stavi leggendo e ci siamo persi in chiacchiere mentre i caffè si freddavano davanti a noi. Non c’importava.

Pagai i caffè e riprendemmo a passeggiare. Stavo così bene che mi ero anche dimenticato di fumare. Da quanto non mi succedeva? Un anno, due?

Ci siamo baciati su una panchina, quando il sole comincia già a tramontare. Era stato il primo silenzio della giornata. Le tue labbra erano come me le ero immaginate, erano le stesse che mi parlavano nel dormiveglia, le stesse con cui ti presentavi al mondo, tutti i giorni.

Poi ti accompagnai al treno, era già sera, e tu proprio non ti potevi trattenere oltre. A casa ti aspettavano. Ti salutai con un mezzo inchino dicendo “Signorina, mi sono trovato molto bene in Sua compagnia, spero mi concederà un secondo incontro al più presto” e tu eri arrossita un po’, salutandomi con un ultimo sorriso.

Darmagi.

Apro il sacco nero, preparo il coltello e indosso i guanti.

Mi dirigo verso la volpe, è arrivato il momento. Le taglio gli arti anteriori e la coda, poi i posteriori, disarticolando con violenza il femore dal coxale.

Che poesia, con tutta questa neve intorno.

Lascio in terra quello che ho tagliato e infilo nel sacco solo il corpo, con la testa.

Non ho nemmeno fatto caso se avesse gli occhi chiusi o no, lo scoprirò più tardi, con comodo.

È ora di tornare alla base, Scilla mi sta fissando spazientita: non le sono mai interessati i miei racconti. Però mi ha sempre ascoltato, e di questo la ringrazio.

Mi chiedo ancora chi era quella donna al telefono, e cosa volesse dire quella storia dei quindici anni.

Neanche esistevo quindici anni fa.

Darmagi.

Nota: “Darmagi” è un termine piemontese che indica dispiacere, rimpianto