Un’estate fa #4

Dopo venti minuti di concerto, Augusto Fioroni doveva vomitare. Se lo sentiva, non aveva nessun’altra alternativa. Un paio di volte aveva represso all’indietro il geyser che gli risaliva violento per l’esofago. Ma adesso sentiva di non potercela più fare. Il prossimo getto sarebbe uscito, innaffiando chiunque nella portata di un paio di metri.

Con una navigata nonchalance fece un piccolo cenno all’orchestra alle sue spalle, poi soffiò nel microfono: «Siete splendidi oggi, facciamo cinque minuti di pausa, il tempo di un gin tonic…» e ammiccò agli invitati che gli sorrisero, accompagnandolo verso l’ingresso della villa con un grande applauso.

Appena guadagnò il corridoio che portava al bagno di servizio, Augusto Fioroni si stampò una mano sulla bocca. Aveva poco tempo, il cuore glielo stava dicendo chiaramente.

Vide la porta, stava per afferrare la maniglia, quando gli apparve di fronte Ermanno Maltroppa con un sorriso paraculissimo.

«Augù bello, fermete un attimo che…» e non fece in tempo a finire la frase che un getto di vomito lo avvolse tutto, dal collo al pacco.

Un urlo disumano si levò dai cessi di Villa Dorina. Anche alcuni invitati si voltarono, come distratti da qualcosa nell’aria.

Chiusi in bagno, mentre Maltroppa si puliva la giacca sotto al lavandino, presero a parlare. L’agente era incazzato come una faina, e questo non aiutava le trattative. Augusto Fioroni aveva appena ricevuto un ordine terribile. Provò a ribellarsi, ma il debito di diecimila e, soprattutto, la doccia di vomito, non gli semplificavano la vita. Doveva obbedire. Poi, una volta ricevuto il vitalizio, pagare subito quella zecca succhiasangue e liberarsi di lui. Solo così si sarebbe potuto godere in pace il resto della sua miserabile vita.

«E vabbè, che te devo di’ Ermà, ‘o faccio. Però, me giuri, devo solo cantà, nun me devo mette’ ‘n mezzo?»

«Sì, sì, e te l’ho detto già dieci vorte»

«Giuremelo sul capitano»

«Augù». Ermanno Maltroppa lasciò per un attimo la giacca nel lavabo, si fece serissimo e guardò dritto negli occhi del suo assistito: «Te lo giuro su ‘a capoccia de Francesco Totti, sì, poi stà tranquillo»

«Va bene, famo ‘sta cosa allora»

«Bella Augù, sali su, te stanno a aspettà».

Mentre Augusto Fioroni saliva i gradini per andare al secondo piano di Villa Dorina, dove c’erano le camere da letto, nella testa  gli affiorarono tutte le cose più strane che aveva fatto in vita sua. Questa, senza dubbio, si prendeva il primo posto. Più strana persino di quella volta che lo invitarono a cantare nel reparto rianimazione dell’ospedale di Viterbo, ché un meccanico suo grande fan non si risvegliava dal coma.

Arrivato alla stanza 201, bussò educatamente un paio di volte.

«Avanti»

La voce della Torti Simonelli emerse dal ventre della stanza.

Il cantante aprì la porta ed entrò. Sul letto, la governatrice del Lazio era avvolta appena da una sottoveste rossa, i capelli neri sciolti sulle spalle sembravano una pelliccia. Dietro di lei, steso, Lamberto Lama le ghermiva un seno mentre le mordicchiava una spalla.

«Chiuda, signor Fioroni, presto!», strillò Raimonda Torti Simonelli, infuocata dai denti del consorte che le affondavano nella carne.

Augusto Fioroni, nella vita, di tette e cosce nude ne aveva viste parecchie. Non era certo il tipo che si scandalizzava. Eppure alla vista di un uomo nudo, e in piena erezione, qualcosa nello stomaco cercò di rivoltarsi. Fortuna che aveva appena evacuato, si disse, mettendosi di fronte al letto matrimoniale stile ottocentesco, con tanto di baldacchino.

«Sa che deve fare?», aggiunse Raimonda, divorata dall’eccitazione, mentre suo marito le succhiava il lobo dell’orecchio.

«Cantare. Solo cantare, vero?»

«Un’estate fa…», esclamò la donna con un acuto, Lamberto intanto era arrivato ai fianchi «La prego, canti Un’estate fa. La canti come se fosse a Forte dei Marmi nel millenovecentontottan…»

«Forte dei Marmi? E chi cazzo c’è mai stato. Forse ‘na vorta…»

«Canti Fioroni, per l’amor di Dio, canti!!!» la governatrice del Lazio strillava come una poiana. Lamberto si era sistemato sopra di lei.

Augusto Fioroni si schiarì la voce e attaccò Un’estate fa. Con passione, chiudendo gli occhi nel ritornello, allargando le braccia come per contenerci dentro il mondo. Come se fosse davvero a Forte dei Marmi quell’estate in cui Raimonda e Lamberto si giurarono amore eterno.

E sulla strofa finale Augusto Fioroni aveva il cuore colmo di gioia. Un sorriso gli tagliava il viso patito. Lamberto Lama era appena venuto, un tempismo perfetto.

Sei mesi dopo

Simona Ventura era vestita come una barbie transgenica mentre diceva ai naufraghi che erano in diretta. Era la finale.

Patrick Azzurri, attore pornografico in pensione e Susana Perez, valletta venezuelana de La Ruota della Fortuna, avrebbero conteso al favoritissimo del pubblico da casa, Augusto Fioroni, lo scettro di vincitore de L’Isola dei Famosi.

«Volete dire qualcosa prima della chiusura del televoto?», strillò Simona prima di terminare il collegamento.

Augusto Fioroni alzò timidamente la mano, agguantò il microfono e, sorridendo come un bambino, prese a cantare Un’estate fa.

La Rai chiuse il collegamento dopo pochi istanti per mandare la pubblicità.

 

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