Sentivo mancarmi sempre di più (cit.)

- 23 Dicembre 2010

Il giorno in cui è uscito La vita oscena io sono rimasta a casa. Non mi sono precipitata in libreria a comprarlo, anche se avrei voluto. Sono stata al mio posto, gli ho fatto spazio. Mi sembrava un gesto rispettoso, non saprei spiegare. Ho aspettato, l’ho comprato dopo, l’ho letto piano. L’ho circondato di silenzio, l’ho lasciato a casa, ho aspettato sempre che prima fosse buio, che le cose attorno tacessero.

Un bambino prova la vita, ma è una vita rotta, e vuota. Perde i genitori, guarda un ragno filare dal soffitto, diventa grande. Cerca di riempirsi di cose, di poesia, di filosofia, di droga. Arriva in fondo a ogni perdita, scopa il vuoto di ogni corpo. Finché qualcosa non torna, chissà da quale abisso, qualcosa torna, pulsa, guarisce.

Mi sembrava che meritasse attenzione perché è un libro diverso da tutti quelli di Aldo Nove. È pieno di poesia e di dolore. Un dolore che non si compiace, che non si strappa i capelli, un dolore composto ed evidente. Che disturba, perché è vivo, è vero, parla. Che ti fa chiudere il libro, che ti fa restare con la matita in mano, interdetto, che ti fa chiedere se è reale perché sembra reale, un dolore con una faccia e un nome.

Perché la morte è quando tutto resta fermo.

Fermo. Allora è come se il pavimento diventa di ghiaccio e si incrina, si fa un crepaccio e la gente ci scompare dentro, con i suoi nomi e le sue cose, e dentro, dentro è sotto la terra, è il cimitero.

Invece se si pulisce sempre la casa è diverso.

Invece se si comprano tanti detersivi è diverso. Bisogna pulire le posate.

Passare lo straccio.

Bisogna darsi tanto da fare per non incrinare quel ghiaccio. E finirci dentro.

La vita oscena

Aldo Nove

Einaudi

Stile Libero Big

15,50 euro

 

Commenti chiusi.