La camicia da notte #4

- 24 Dicembre 2010

«Scommetto che non sapevi di avere un albero così bello nel tuo giardino», gli dissi.

Lui fece cenno di no.

«Basterà sfoltirgli la chioma perché inizi a infittirsi sotto. Ti arriverà vicino», gli promisi.

Lui si sedette e mi invitò ad accomodarmi al suo fianco. Iniziammo a conversare. Ci mettemmo meno di tre minuti per arrivare a parlare della fine della mia storia con Francesca.

Ormai ero in grado di dirottare su quell’argomento qualsiasi conversazione con qualsiasi interlocutore in un tempo massimo di trecento secondi. Gli parlai di quello che lei mi aveva detto l’ultima notte in cui avevamo dormito insieme, di quanto fosse convinta che la fine del nostro rapporto fosse legata alla mia storia con un’altra, di quando mi aveva detto che ero uno stronzo e un ipocrita, di quando si era domandata come avesse fatto a mettere per tanto tempo la sua vita nelle mie mani, mentre in preda all’ansia faceva confusione con gli aggettivi possessivi al punto che non si capiva chi dei due avesse riposto la propria vita nelle mani dell’altro.

«L’ha presa male?», mi chiese Manuel sapendo che gli avevo appena risposto, come se la domanda fosse una conseguenza e non un’anticipazione della mia risposta.

«Lei non è che non si è arrabbiata», risposi, e mi fermai subito a pensare a quanto anche a livello inconscio cercassi di allontanare con un pleonasmo di negazioni il soggetto e il verbo della frase: Francesca, la sua rabbia.

Strinsi le spalle. Le cose stavano così.

Di nuovo squillò il telefono. Di nuovo era Francesca.

«Nicola, dov’è la mia camicia da notte?», mi chiese perentoria.

Dopo il primo momento di stupore per la stranezza della domanda, ebbi un flashback della mattina e un brivido mi corse lungo la schiena.

La camicia da notte. La camicia da notte di Francesca.

La vidi sul filo. Vidi le mie mani che staccavano le mollette. Vidi le mie mani che ritiravano la camicia e la piegavano, e poi…

«Scusami Francesca», balbettai, «è che mi è venuto spontaneo. Non ci ho pensato.»

Lei aspettava in silenzio. Nell’auricolare potevo sentirla respirare.

«L’ho piegata e l’ho messa sotto il tuo cuscino», le dissi infine.

L’avevo fatto. Per la prima volta nei due anni che avevamo condiviso in quella casa avevo avuto questa premura esattamente la notte in cui lei era andata via.

Mi arrivò all’orecchio lo sbuffo della sua risata venata d’amarezza. Non disse niente, solo che l’aveva trovata. E riattaccò.

Manuel mi guardò con aria interrogativa. Non ebbi voglia di spiegargli e rimanemmo nel giardino in silenzio.

Tutto era ancora da fare.

Intorno a noi c’erano buche, rami e foglie morte, resti di un drappo antiradice divelto, trucioli di pacciamatura di corteccia di pino sparsi ovunque, un paio di nanetti ribaltati e sozzi di terra, persino la statua rovesciata di un Buddha lontanissimo dai nostri affanni, e gli squarci nella recinzione perimetrale da risarcire con urgenza. Non era un’opera finita, quella. Era un cantiere in piena rivoluzione.

Eppure Manuel e io vi restammo a lungo senza parlare, senza muovere un dito. Immersi nel silenzio delle cose fatte bene. Nonostante tutto rapiti, a contemplare lo spazio vuoto e la luce che in quel giardino benedicevano un nuovo inizio.

 

4 commenti su “La camicia da notte #4

  1. 1

    bellissimo.
    auguri amico mio!
    :)

  2. 2

    Es una canción. Muy bonita. Muchas gracias por el regalo.

  3. 3

    meraviglioso come sempre, tra soffici sentimenti e paesaggi rivelatori.
    auguri sussurrati per un anno migliore…
    R

  4. 4

    semplicemente meraviglioso!!
    il tuo tocco delicato come sempre… emoziona.
    un abbraccio grande