La camicia da notte #2

- 10 Dicembre 2010

La mattina mi svegliai e prendendo il caffè guardai di nuovo fuori. Fu così che mi resi conto che solo il primo filo dello stendino era occupato dalle mie magliette, su tutti gli altri c’era la biancheria di Francesca. Mi sentii sollevato. Mi venne spontaneo verificare se la roba fosse già asciutta, quindi ritirarla e piegarla.

Feci una doccia e andai a lavorare.

Quando entrai a casa di Manuel, i giardinieri erano già pronti per cominciare. Ricapitolai loro cosa ci fosse da fare. Pulizia era stata la priorità che ci eravamo dati. Nei sessanta metri quadri di giardino Manuel aveva lasciato entrare col tempo troppe cose, ora era venuto il momento di togliere, ridurre, svuotare. Avremmo eliminato le piante nate spontaneamente, quelle che lui aveva trovato entrando in quella casa e qualcuna che gli avevano regalato e aveva interrato qua e là senza criterio. Non avremmo avuto pietà del plumbago che proprio in quei giorni cercava di convincerci a risparmiarlo, regalando una fioritura copiosa e cascante troppo simile a un canto del cigno, né del gelsomino e della buganvillea che, non avendo mai preso sole, si tenevano stretti alle sbarre della ringhiera, come sul ciglio di un abisso corpi stremati che non vogliono cadere giù.

«Certo, mi dispiace…», disse Manuel fermandosi per cercare la parola che in realtà aveva già trovato, ma che probabilmente gli sembrava fuori scala.

«Ammazzare una pianta?», domandai io.

Lui sorrise e fece cenno di sì col capo.

«Ma dopo starai meglio, fidati!», gli dissi, e con la mano autorizzai a procedere il giardiniere capo che aspettava con le forbici in mano al cospetto di un cespuglio di pungitopo. Quello mi diede ragione, si lanciò con buona lena sulla pianta, e intese il silenzio mio e di Manuel che assistevamo rapiti allo sradicamento, come un interesse verso le sue pratiche di divorzio appena intraprese, di cui iniziò a raccontare.

Dopo due ore arrivammo finalmente al punto più delicato dell’opera: trapiantare le palme di chamaerops che occupavano il centro del giardino, spostandole nell’angolo più lontano dalla casa. Era per questo motivo che ci eravamo ridotti ai primi di agosto, dato che per trapiantare una palmacea è necessario aspettare i giorni più caldi dell’anno. Anche così, proprio come avviene in un trapianto chirurgico, non è detto che la pianta sopravviva. Sulla buona riuscita dell’operazione, molto influisce la compattezza della zolla della palmetta sradicata. Il rischio statistico di perdere almeno uno dei quattro chamaerops era forte, eppure non mi ero sentito di condividere questa informazione con Manuel, immaginando che davanti alla possibilità di veder morire una pianta così grande lui non avrebbe affrontato il rischio. Mi venne in mente il verso di una poetessa che avevo trovato in rete: “In generale mi sorprende la sproporzione che c’è tra paura e pericolo. Non c’è in giro tanto pericolo, per tutta questa paura”.

 

3 commenti su “La camicia da notte #2

  1. 2

    La seconda puntata è gustosa come il secondo gusto di un gelato di Colino.

  2. 3

    aspetto la frutta e non vedo l’ora di gustarmi il dolce