Per una viziosa come lo sono io, questo titolo non può che ricevere un plauso. Ti aspetti qualcosa che parli di te, quando apri un libro così. Ti aspetti di voler sottolineare con la matita gialla un sacco di passaggi: oh, com’è vera questa cosa qui. Oh, come mi appartiene questa frase.

Poi lo leggi e scopri che no, durante la guerra non esistevi, il boom economico, vista la generazione cui apparteni, non hai idea di cosa sia, la borghesia la osservi da lontano come si fa con le bestie rare e un po’ pericolose e come se non bastasse forse Torino non l’hai mai vista.

Hai senz’altro una famiglia, però, ed è una famiglia che, per il solo fatto di definirsi tale, puoi riconoscere tra le righe di questo romanzo, con le dovute differenze. Che poi… è un romanzo?

Elisabetta Chicco Vitzizzai gioca sospesa tra il memoir e la fiction. Non saremo certo noi a voler delimitare l’una e l’altra, soprattutto se il risultato è un godibilissimo ritratto di un’epoca su cui, è vero, tutto è stato scritto e tutto è stato letto. La sua penna però ha il candore dell’infante e l’ironia un po’ spocchiosa dell’adulta. E questi personaggi qui meritano una stretta di mano.

Ma mio padre aveva forte il senso del macabro: me lo spiegai anni dopo, quando, dopo avermi raccontato che certi suoi conoscenti tenevano un caro estinto imbalsamato in un tempietto neoclassico nel giardino della loro villa, mi disse che avrebbe voluto farmi dono della sua testa, una volta morto. Accettai ma non ci accordammo sulla collocazione di quel cimelio: io propendevo per la cantina della casa che sarebbe stata mia, lui insisteva per un angolo bene in vista nella mia camera da letto.

Il più bel vizio è la vita

Elisabetta Chicco Vitzizzai

Instar libri

I Dirigibili

13,50 euro