#21 Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo

- 1 Novembre 2010

Andavi sulla cima del mare a febbraio, in aperto inverno, con un cappotto lungo e un maglione come si usava una volta, con le righe diagonali e scure. Sopra la tua faccia soffiava il vento, e apriva strade in mezzo ai tuoi capelli. Faceva freddo ma tu parlavi e la tua voce sola sembrava bastare per scaldare te e l’operatore della macchina da presa. E col senno ridicolo del dopo la tua voce non si è fermata sul litorale di Sabaudia. Ti è servita per rivelare il tempo, scavare nel mistero che ricopre il mondo.

Noi la verità abbiamo imparato a fuggirla, a negarla, a relativizzarla. È stato per paura o, solo, non eravamo pronti. Abbiamo imparato che forse era più rassicurante cercare d’essere felici, e per essere felici dovevamo prima di tutto considerare la felicità separatamente dalla morale. Qualcuno è diventato felice per esasperato egoismo, qualche altro più che alla moralità si è convertito al moralismo.

Scrivere invece scriviamo sempre tutti, scriviamo qualunque cosa. Continua a non avere senso ma non abbiamo smesso di cercarne uno. Piuttosto che metterci il cuore in pace e continuare a farlo per ineluttabilità e dovere ci arrovelliamo sul motivo che ci spinge nel precipizio di quello che siamo, di quello che vediamo. Missioni non possiamo averne, non abbiamo spalle abbastanza forti e ci trema la voce. Tentiamo di mettere insieme i pezzi, ma la realtà ci arriva impazzita a colpi veloci e dobbiamo fare in fretta per non restare indietro. Facciamo una fatica enorme a sostenere tutte le conversazioni, a tenerci informati, a stare dritti con la schiena, ad arrivare a sera con la stanchezza giusta del lavoro, a misurarci con i sorrisi degli altri. Avrebbero voluto che smettessimo di fare dei progetti, ma tra noi qualcuno più incosciente si ostina ad avere la fede del rivoluzionario. Qualcun altro invece si è perso e non l’abbiamo aiutato.

Continuiamo a viaggiare, sperando di scoprirci diversi per città diverse, di non provare disgusto per noi o per la vita, di ritrovare l’entusiasmo. Speriamo di ricordare il motivo del viaggio, mettendoci per le strade, prendendo in prestito l’amore, incidendo i nostri nomi sopra le panchine. Abbiamo paura di passare, come la schiuma del mare o l’ombra. Per noi l’invisibilità è diventata più che un desiderio una minaccia.

Intellettuali ne sono rimasti pochi. Poeti ancora meno. Moravia l’aveva detto che di poeti ne nascono tre o quattro per secolo. E trovarli è difficile e riconoscerli di più. Così fanno la fine dei profeti (che se ci pensi in certi casi è uguale) e te li ritrovi morti e piangi sulle vite versate, ma non serve a niente perché siamo ostinati e ottusi e ci riesce sempre difficile imparare.

Se avessimo invece gli occhi dei poeti, forse potremmo improvvisarci coraggiosi. Attraverseremmo le stazioni senza la paura che ci hanno insegnato a provare, di essere rapinati o violentati o uccisi. Non saremmo preda dell’assuefazione, ma eserciteremmo il diritto di guardare. Faremmo di tutto per restare scandalizzati e smetteremmo d’essere noi lo scandalo. E imporremmo al tempo il nostro tempo, spaccheremmo le braccia a tutti gli orologi. Ci fideremmo della bellezza, non avremmo più paura di fallire.

Oggi il mare è grigio, l’autunno intenso. Oggi all’Idroscalo non c’è nessuno che giochi a calcio o che passeggi nel silenzio.
Però c’è il vento, Pier Paolo. E dovresti sentire quant’è forte.

 

Commenti chiusi.