Quando la musica finisce voi siete raccolti sul prato ma seduti su bianche sedie di plastica perfetta, qui adesso che il mondo che avremo comincia. Siete crollati di colpo, ma non vi ho seguito, io ero in un posto diverso, ero perso in un giorno di sole ed un cielo così, in una storia d’amore arrivata fin qui. Dove eravate voi mentre il cuoio parlava alla pelle? Mentre lacci tremavano dall’imbarazzo, quando io sono diventato un intralcio? Vi sto guardando dall’alto e vi vedo in un cerchio ideale, non siete più punti, non siete pianeti, non siete più corpi separati. Tu che volavi sei tu che giravi sei tu che dormivi sei tu che guardavi negli occhi i palazzi e che ora sei tu che ascoltavi e tu che dicevi di vivere qui, tu che cantavi sei tu che saltavi sei tu che contavi le volte che tu sospiravi sei tu che gridavi sei tu che tenevi per mano i lampioni. Abito l’unico corpo rimasto, voi siete uno spazio, e a me non è concesso di entrare.

Questo il gioco.

E io mi sono distratto, lo ammetto, perché: conoscevo le regole, sono io che le ho scritte? Siccome non c’è più il mio posto, mi dite, lo so che ora è giusto che ricominciate, se un ritmo riparte e poi voi lo inseguite, vi aspetto coi piedi incrociati. Sono un piccolo astronomo con il suo telescopio, un bambino che aspetta il suo frutto candito, io sono un pedone bloccato da un piano azzardato, sono il solo soggetto, il solo corpo abitato. L’ho vestito così.

Adesso che impongo alle ossa di eludere gli inviti del tempo e i segnali del testo, diventa il mio polso il metronomo di quello che sento: sono il cuoio e la pelle i motivi della mia confusione, se ho perso il momento e ho tradito l’impegno. Sono il cuoio e la pelle mi dico e poi no: sono il gesto e l’amore ribelle che mi hanno fermato, quando hanno interrotto il cammino che univa le gambe alle orecchie. Un piede, una scarpa, volere, un destino, e la scelta che tutto non fosse deciso, voi che girate l’avete capito? Sono queste le cose che mi hanno fermato, quando hanno interferito con me che giocavo sul prato e guardavo le tracce del tempo nei piedi a riposo. Tenere fissi in un punto i propri occhi incastrati in un corpo lanciato nel vuoto, ho pensato, è invecchiare da soli.

Proprio adesso non siete più vetro, siete esplosi e ora siete mosaico, era questo il gioco.

Proprio adesso io sono: un piede che si accascia e sorride, io sono: una scarpa che cede felice, io sono: il mondo se si lascia governare, io sono: qui. Tocca a me.

Quando la musica comincia noi siamo raccolti sul prato e racchiusi da pareti verdi d’edera perfetta, che copre tutto, lì dove il mondo che abbiamo finisce. Ci alziamo di scatto, mi muovo e vi seguo, poi scaraventiamo le sedie per terra, poi coreografiamo la vita con gli occhi su te e poi te e poi te e poi la notte che dolce è venuta a coprirci adesso che il gioco non c’è, ed è l’unica cosa che manca.

Buon compleanno.