C’è ancora silenzio e soltanto del vento sull’erba che muove le ombre di noi sulle sedie. Mentre, tu sai che adesso non c’è nessun vuoto a cui manchi, tu sai che non c’è nessun posto che aspetta il tuo corpo perché nessun vuoto qui esiste nel mondo che abbiamo, e sembra perfetto. Prima che la musica ricominci ti guardo e sarai soltanto tu immobile, ora che il gioco va avanti: nessuno ti aspetta, stasera è una festa. Nemmeno fermarsi ha effetti sul tempo, allontanarsi così e poi non fare nessun movimento, che strategia è? Il tuo sorriso bellissimo io quasi piango e poi questa tua voce da chiudere gli occhi e poi tu che sei qui e mi ricordi che adesso mi giro e per l’ultima volta: se non crolli, non manchi, sai trovare la colpa. Così ti aggiungi tu, lo esigono il gioco e il banchetto perché qui lo spazio non cambia e allora nei corpi nemmeno, la musica sta per ricominciare.

Ricomincia la danza e anche noi, nuovamente pianeti, ugualmente lanciati, centrifugati. Questa volta ho deciso di scorgere in alto il colore del cielo e vedere se cambia con me che mi muovo, o rimane ignorante, così, indifferente a ciò che succede tra noi. Sono veloce a capire che il cielo è uno specchio e riflette tutto: questa volta ha deciso di essere lui il prato, e per noi ha invitato le nuvole: basta cambiare colore e il verde è già blu, basta attenuare il rumore e noi siamo lassù dipinti di bianco e spinti dal vento, ma il gioco è lo stesso.

Sembri tu quella nuvola stretta che insegue quell’altra, sembri tu quella piccola a destra non sa dove andare, sembri tu quella chiara che è ferma, sembri tu quella densa di pioggia.

E così abbasso gli occhi. E li chiudo per ascoltare, provando a evitare quest’onda sonora che io sento si infrange e ogni volta è più schiuma. Stiamo ancora giocando, stiamo tutti correndo? Nessuna aria stavolta mi parla di voi.

Ma è questo il gioco e di nuovo, d’un tratto, crolliamo.

Non è una catastrofe né una tragedia, stavolta è soltanto la forza che fugge lasciandoci vuoti. Implodiamo noi vecchi palazzi cui cedono i muri portanti all’interno, la nostra musica e il ritmo, per noi il silenzio è tritolo.

E dietro la polvere che dovrebbe esserci io vedo te, credi di essere il primo piano, poi te che non sei nessun tetto, anche te la mansarda non era prevista e poi te la terrazza rivolta ad est. Crollàti con cura negli spazi assegnati su plastica bianca, adesso noi siamo macerie, aspettiamo il futuro.

Così tu, ma se tu mi guardi, perché non crolli? Conoscevi le regole e la tua posizione, io lo so, conoscevi gli innesti di dinamite come le nostre vite, che vanno avanti senza comunione. E se io crollo, tu manchi.

Siamo ancora sul prato e questo giorno è infinito, mi dite, e prendete bicchieri e brindate per me, buon compleanno, mi merito un cenno: salutami ciò che non c’è.

Tu vai, tu torni, capite, questo il gioco.