La mia storia (in)finita con R. #3

- 18 Novembre 2010

2005, Roma

Seppi da amici che R. era andata a studiare fuori. Io, nel frattempo, avevo capito che non ero capace di portare avanti una storia canonica. Le storie canoniche mi sono sempre venute malissimo.

Parto bene da outsider, ogni volta mi congratulo con me stesso. Nel quotidiano sono come un giovanissimo calciatore di serie C, di quelli che nella prima metà del campionato segnano una caterva di gol e gli osservatori, facendo nient’altro che il loro lavoro, li guardano dagli spalti commentando “Oh quello è mio, ‘st’altr’anno lo porto in serie A, come minimo un contratto col Bologna lo strappiamo”.

Poi il campionato continua e cominciano le prestazioni deludenti. Puntualmente va tutto in vacca e io finisco anche in panchina. Insomma, per concludere la metafora calcistica, sono una “mezza busta” quando gioco in campionato. Invece sulle partite secche, nei mondiali delle storie d’amore, sono tipo il Romario di Usa ʼ94, il Zidane di Francia ʼ98, il Pippo Inzaghi de noantri.

Nel 2005 non ci pensavo più a R., era andata, via, scomparsa dalla mia vita. Ma poi, come tutte le storie destinate a ricominciare è ricominciata, che ce ne sono a pacchi di storie che non finiscono, lo sapeva bene Antonello Venditti quando scrisse Amici Mai pensando a Simona Izzo.

R. era tornata a Roma e ci incontrammo di nuovo alla festa di un amico comune. Io a quella festa neanche volevo andarci e me la trovai davanti mentre tentavo di recuperare una birra dal frigorifero in cucina. Aveva i capelli diversi, forse, mi piace pensarlo, in realtà ero attratto da lei come le mosche dalle cose sporche. E quella sera, come due calamite, complice un mezzo litro di mirto, ci ritrovammo a baciarci nella tromba delle scale.

I primi giorni fu bello, fu naturale ritrovarsi in tanti bei momenti, nonostante tutto ci si voleva bene.

Poi tornò l’inverno dei sentimenti, gli ultimi giorni della nostra terza relazione furono parecchio movimentati, passammo intere notti a litigare, urlare, smoccolare uno contro l’altra contro le porte, i muri e i palazzi, io a correrle dietro, lei a scappare davanti, io a chiederle di non fare pazzie, lei a mandarmi affanculo.

Volevo lasciarla di nuovo e lei non voleva accettarlo di nuovo. Finivamo puntualmente a letto, con lei che mi baciava tra le lacrime, erano baci rabbiosi, baci di scuse, affettuosi, frettolosi, voraci, di quelli senza lingua, a stampo, con le mani che sono occupate nella marcatura a zona di lembi di pelle e le labbra che si muovono al ritmo di una litania ipnotica. Ogni volta ero sopraffatto dai suoi contropiedi, la mia difesa non reggeva il suo attacco stellare e così lei si faceva perdonare.

Dopo un numero compreso tra i cinque e i cento tentativi falliti, ci riuscii, le riportai le sue cose in una grossa busta di carta dell’Ikea, emblema definitivo della nostra terza vita di coppia. Per certi versi fu liberatorio, tremavo dalla gioia.

 

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