La mia storia (in)finita con R. #2

- 11 Novembre 2010

2002, Roma

R. tornò all’improvviso nella mia vita come un temporale d’estate. La rincontrai a piazza Bologna, la vidi da lontano, la riconobbi subito nel suo giacchetto rosso e lungo, camminava in punta di piedi e puntava dritta verso di me. Ci incrociammo.

Ciao, le dissi.

Ciao, mi rispose.

Sei tu? replicai d’istinto.

Sono io, e sorrise.

Era passato tantissimo tempo da quell’estate in Irlanda. Erano passati altri mille baci di ragazze diverse, più alte di R., più belle di R., più brutte, più secche, più grasse, meno intelligenti, più invadenti, più rissose, più nevrotiche, più gelose, più egoiste, più ubriache, più fricchettone e più francesi.

Quando R. ritornò per la seconda volta nella mia vita a ripensarci la sensazione che più ricordo fu che mi fece male, fu come cadere in una buca con le foglie sopra, come nei cartoni animati, che a passarci sopra sembra un prato normalissimo e poi ti ritrovi sul fondo a sbattere tutte le ossa facendoti un sacco di male. Mi ritrovai dentro la buca, dolorante e prigioniero, innamorato di una storia profondamente buia dalla quale non riuscivo a uscire.

La nostra seconda volta durò pochi mesi, giusto il tempo di capire che lei era innamorata di tutti gli altri. Quando me ne accorsi tentai di mollarla. E fu difficile, faticoso. Qualche giorno prima di riuscirci la invitai a villa Celimontana, faceva caldo e le dissi che tra noi non andava più. Nell’istante in cui io finii di parlare R. cominciò a piangere a dirotto, come se fosse già pronta, come le vere attrici. Io, che cuore di pietra non ho mai imparato come si diventa, la abbracciai, lei mi strinse, mi prese la faccia tra le mani e mi baciò. Non seppi dirle di no, era distrutta, aveva le guance completamente umide e le sue labbra erano salate e tremanti.

(Poi, c’era da dirlo, R. era bellissima e io, da uomo medio, cedetti.)

Possiamo riprovarci, le dissi.

Un po’ meno troia si potrebbe? pensai, senza dirlo.

Fece di sì con la testa.

Venti minuti dopo ebbi la sensazione che R. aveva vinto la battaglia. Era intelligente e sapeva dove affondare il coltello. Passarono delle settimane, la resa dei conti finale durò ore, iniziò con un pranzo al mare, durante il quale le dissi che sapevo che si “vedeva” (forse usai il verbo scopare, non ricordo) con un altro, eravamo entrambi ubriachi, la riportai a casa e me ne andai. R. non si diede per vinta e me la ritrovai ai piedi del letto, si era subdolamente intrufolata nella mia stanza facendosi aprire la porta dall’ignaro coinquilino.

Quando mi girai e la vidi che mi osservava in silenzio rimasi di sasso. Continuava a piangere e a fissarmi, mi avvicinai e la guardai negli occhi, passò qualche secondo, poi la presi con fermezza per un braccio, mi avvicinai e le diedi un bacio, uno di quei baci che si danno per fare uscire una persona dalla tua vita. Un bacio veloce, sulla guancia, con le labbra secche e gli occhi ben aperti. Era di nuovo finita con l’odore della sua crema nelle mie narici.

 

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