Oggi vi racconto di un gioiellino della narrativa di genere, in questo caso il noir. Una storia che intriga, il cervello che cerca di arrivare per primo a capire chi è stato a uccidere Dorrie, sprofondati in poltrona, col plaid a scacchi e un latte caldo corretto con qualcosa di forte.

La prima cosa che vi succede quando aprite I canti dell’innocenza è di rimanere incatenati dal primo capoverso: Una volta facevo l’investigatore privato. Ma tutti siamo stati qualcosa che non siamo più.

Di questo parla il libro: di tutte le persone che siamo, delle molteplici identità che possiamo impersonare nella nostra vita, per i più svariati motivi. Come talvolta ciò che eravamo fa a cazzotti con ciò che siamo, o come talvolta ci torna utile. Come ci vergogniamo di certi noi, e come ci arrendiamo al peggio che si culla dentro la nostra cassa toracica.

Mentre corre per le strade di New York, perdendosi nel quartiere ungherese dove aleggia ancora il ricordo della croce uncinata, o a Little Korea, dove, nascosti dai fumi della sauna, si cerca un po’ d’amore, John Blake è alla disperata ricerca dell’assassino della sua carissima amica Dorrie. Il bastardo ha inscenato il suicidio della ragazza, ma lui sa bene che non può essere andata così, avevano fatto un patto. Il tempo è agli sgoccioli, la polizia lo cerca per omicidio, i ricordi delle donne perse gli offuscano il cervello.

Ma alla fine John completa la sua caccia, e ogni residuo di innocenza si sbriciola lungo i binari della metro.

Era un po’ opprimente. Sentii il peso di tutte le cose che avrei potuto essere costretto a fare schiacciarmi fisicamente. Se non fossi stato così stanco, così svuotato, non penso che mi avrebbe colpito a quel modo; ma lo ero e fu così.

I canti dell’innocenza

Richard Aleas

Keller editore

Vie

€ 15,00