La mia seconda lampadina da viaggio era di plastica rigida nera. Più professionale, per così dire.

Come per magia, la concretezza dell’edizione gigante di Alice si era trasferita dal libro alla lampada, che aveva un’aura tanto affascinante da colpire persino mio fratello: la voleva anche lui per leggere durante il nostro viaggio, e dovevamo condividerla.

A differenza della nostra vacanza in Inghilterra, quell’anno non mi ero limitata a scegliere i libri che mia madre avrebbe letto in macchina, ma avevo cominciato a leggerli da sola, intraprendendo un nuovo viaggio dentro il nostro viaggio.

Ne avevo portati cinque o sei e li usavo come divisori tra il mio sedile e quello di mio fratello, un confine fatto di storie di fantasia che lo scongiuravo di non superare né di distruggere. E stranamente lui lo rispettava. Nel suo lato della macchina, ascoltava musica con le cuffie e guardava fuori dal finestrino, in testa pensieri che solo anni più avanti anche io avrei avuto.

Nel mio lato io, invece, appena l’auto partiva sfilavo ordinatamente le scarpe, le mettevo sotto il sedile di fronte al mio, arrotolavo i calzini giù fino alla caviglia, incrociavo le gambe e, da quella posizione, cominciavo a leggere uno dei miei libri.

Così, se prima nell’abitacolo della Golf si sentiva quasi sempre la voce di mia madre intenta a leggermi un nuovo capitolo, da quell’anno in avanti era cominciato a calare un silenzio nuovo, in cui il nostro mondo familiare iniziava a scomporsi in mondi privati e autonomi, di cui gli altri componenti non facevano parte.

La mia lampadina nera continuava a illuminare il buio dei tunnel che attraversavamo, ma non serviva più solo a quello.

Nel farlo mi permetteva anche di proseguire nella lettura dei miei romanzi, in quelli che erano i miei primi viaggi in solitaria: i soli che a quell’età mi potevo permettere di fare.

Dopo quell’anno, smettemmo di viaggiare e mio padre non mi regalò più lampadine da viaggio: ero cresciuta, ormai, e non avevo – almeno a detta sua – più bisogno di luce per leggere.