La mia prima lampadina da viaggio era azzurra. La più fragile di tutte.

Aveva un braccio rigido e un corpo a molletta che potevo usare come segnalibro o, all’occorrenza, attaccare alla maglietta di mio fratello, quando si addormentava di fianco a me. Aveva disegnati dei cagnolini bianchi.

Era leggera.

Con la sua leggerezza quell’anno accompagnava la lettura di Alice nel paese delle meraviglie, in un’edizione grande, illustrata con figure antiche e così difficile da maneggiare che mia madre doveva tenerla appoggiata in grembo, per leggermela. Se Alice era di per sé un viaggio, lo diventava ancora di più in quell’edizione così materiale ai miei occhi.

Ovviamente la nostra destinazione, quell’anno, era l’Inghilterra: avremmo visto i luoghi di Alice, quelli di Peter Pan e, forse, anche i boschi di Robin Hood. Mentre i genitori americani portavano i loro figli a DisneyWorld, i miei attraversavano l’Europa per trasportarmi dentro il mondo dei miei libri preferiti.

Certo, lo scopo del nostro viaggio non era solo quello: ma lo era per me. Ognuno di noi viaggiava con in mente la sua destinazione e il suo scopo: ai miei occhi, mio fratello voleva bere la sua prima birra in un pub di Londra, mio padre voleva mettere alla prova la sua guida sul lato sinistro della strada e – contemporaneamente – la presunzione degli inglesi, che secondo lui si consideravano superiori al resto del mondo e mia madre… Di mia madre ricordo la passione sfrenata per il the inglese e i commenti entusiasti per le carte da parati dei nostri bed & breakfast, ma dubito fosse quello il motivo che l’aveva spinta fino là.

Nonostante i motivi diversi, viaggiavamo insieme. Ed era un privilegio.

Attraversavo le piazze delle città, scendevo e salivo dalla macchina, mangiavo panini al sacco e visitavo musei in una sensazione di costante spaesamento. Era ciò che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella sua vita, ma quell’emozione che attanagliava lo stomaco veniva sempre stemperata dalla certezza di essere al sicuro, con la mia famiglia.

Potevo visitare la foresta di Sherwood, vagare nei giardini di Kensington o guardare di nascosto le guardie impettite di Buckingham Palace e la paura del nuovo non aveva mai la meglio sulla presenza di una manica a cui attaccarmi.

E la lampadina azzurra era, insieme a quelle maniche, uno dei tanti paletti che delimitavano e allo stesso tempo sorvegliavano il confine tra casa e non casa.