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L’insostenibile leggerezza delle lampadine da viaggio 1

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Avevamo un rituale, io e mio padre.

All’epoca, però, non sapevo fosse un rituale: era una cosa che succedeva ogni volta che d’estate la mia famiglia caricava l’auto, comperava una guida rossa Michelin e partiva verso nord, oltre le Alpi.

Il nostro rituale aveva luogo qualche giorno prima della partenza, quando in casa si avvertiva l’agitazione di mia madre – impegnata a prepararsi a qualsiasi inconveniente – l’insofferenza di mio fratello, troppo grande – a detta sua – per venire in vacanza con noi, e la calma serafica di mio padre, per nulla preoccupato all’idea di guidare verso mete che a me sembravano distanti anni luce.

Mentre mia madre organizzava le valigie, mio padre mi portava in libreria. La conoscevo a menadito, quella libreria, perché ci trascorrevamo tutti i sabati: lui al piano misterioso dei libri grossi e pieni di disegni incomprensibili, io circondata da quelli colorati e pieni di avventure.

Prima di ogni partenza, all’inizio di ogni estate, mio padre mi portava a scegliere i libri che avrebbero viaggiato di fianco a me nel sedile del passeggero.

Ma non era questo, il nostro rituale.

Lo era a suo modo, certo: come quelle piccole cerimonie private che ci legano per sempre alla nostra infanzia, ma non abbastanza da assumere un significato più grande della stessa infanzia.

Il nostro rituale vedeva la mia partecipazione solo come spettatrice: non facevo nulla perché accadesse.

Magicamente, all’inizio di ogni viaggio e con tutta la famiglia al completo nella nostra Golf, mia madre in fermento con una mappa dell’Europa in mano e mio fratello svogliatamente seduto di fianco a me, mio padre si voltava e metteva tra le mie mani una lampadina da viaggio. Non ricordo perché ogni anni ci fosse bisogno di una nuova lampadina da viaggio, ma ogni anno ne spuntava una.

La usavo non per leggere di notte, in uno dei tanti alberghi in cui dormivamo, ma durante il viaggio, nel momento in cui la nostra macchina veniva inghiottita da uno di quei tunnel bui che, alle volte, erano lunghi decine di chilometri.

Ho sempre avuto paura del buio, questo bisogna dirlo. E mio padre lo sapeva bene. Tanto bene da far leva sulla mia paura, quando mi rifugiavo in camera mia decisa a non scendere le scale per l’ennesima noiosa cena a casa di amici. Solo e soltanto in quei casi lui usava la mia paura contro di me, staccando la corrente e convincendomi a raggiungerli di corsa.

Negli altri momenti, lui più di mia madre placava quella paura: quando di notte mi svegliavo e mi sembrava di essere risucchiata dagli angoli scuri e dal silenzio della mia camera.

Così, con la scusa della lettura, ogni anno io avevo una luce piccola a illuminare l’abitacolo e a farmi compagnia, mentre con lo sguardo fisso alla strada aspettavo l’altra luce, quella alla fine del tunnel.

 

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3 commenti

  1. ma che bel mese. brava te e setteperuno. alé.

  2. carina la bimba :)

  3. bel racconto! brava!