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Ex Voto #3

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Nella fotografia ci siamo io, la nonna, le prugne secche e la Madonna di Lourdes. Io sto per infilarmi un dito nel naso e guardo dentro l’obiettivo. Mia nonna sta allungando la mano per dare un colpetto alla mia e guarda dentro l’obiettivo. La Madonna di Lourdes è impolverata e guarda dentro l’obiettivo. Le prugne secche non hanno occhi.

Sentivo forte la tentazione di bere quell’acqua che mi avrebbe risparmiato le iniezioni di penicillina e certi pensieri che mi coglievano prima del sonno, nonostante tenessi aperta la finestra perché l’aria fredda non permettesse al mio corpo di crogiolarsi in certe sensazioni. Sentivo forte la tentazione di bere quell’acqua che mi avrebbe ammalato di tutti i malanni di chi vi si era immerso negli anni, guarendo tutti loro.

La mia casa sarebbe diventata meta di pellegrinaggi e a chi avesse voluto baciarmi le mani, a chi avesse voluto asciugarmi i piedi con i capelli, avrei detto: no, con un cenno, avrei imparato a fare il segno della croce nel verso giusto per poterli benedire.

Volevo tagliarmi i capelli e cospargerli con la cenere del camino come la Santa di cui ci parlavano le suore. Volevo portare gli occhi su un piatto e ridare la vista ai ciechi, volevo tagliarmi il seno non ancora spuntato, volevo ascendere al Cielo e sedere alla destra del Figlio che sedeva alla destra del Padre. Volevo essere premiata dalla suora grassa con un gelato alla banana. Volevo avere la forza di mangiare il formaggino che la suora magra mi costringeva a ingoiare, e che a ogni conato un bambino negro con la pancia gonfia di fame e le mosche sulle palpebre riuscisse a sopravvivere agli stenti e a rimettersi in forze e imparasse a pescare, come nella frase sul poster all’entrata del refettorio.

Ero messa alla prova. Il diavolo mi aveva toccato la mano sinistra perché diventasse quella della scrittura, mi aveva reso debole come dopo quaranta giorni di digiuno, mi portava a pensare blasfemìe e mi sfidava a contravvenire ai comandamenti piazzandomi Madonne rosee sul comò, appendendo Sacre Famiglie ai muri della mia camera da letto, legandomi al cuscino la domenica mattina, insinuandosi nelle trame dell’affetto verso i miei genitori. Facendomi desiderare la casa di Barbie che avevano le altre bambine, quando avrei potuto costruirla con le scatole di scarpe, suggerendomi la voglia di prosciutto al venerdì.

Per diventare Santa bisognava pregare e digiunare e aiutare i meno fortunati, rinunciare alla propria famiglia, fare qualcosa di importante. I corpi delle Sante se ne stavano immutabili in teche di cristallo senza che la morte le sfigurasse, in attesa del risveglio, quando avrebbero dovuto andare in giro a cercare per il mondo ciocche di capelli, gocce di sangue, per tornare intere.

Santa Chiara aveva inventato la televisione per vedere in diretta le altre suore che pregavano per lei. Io non sapevo più cosa inventare, cosa inventarmi, cercavo di parlare con gli animali o di risvegliare le formiche addormentate, cercavo di fare volare certi uccellini ammaccati che trovavo sull’asfalto e che morivano nella scatola delle scarpe.

 

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1 commento

  1. Bello, complimenti!

    > aspetta di pubblicare un romanzo.

    cioè cerchi l’editore o sta proprio per uscire?

    ciao!