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Ex Voto #1

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Le prugne secche stavano in una latta di metallo. Mia nonna le tirava fuori due alla volta, una per lei e una per me, per evitare che mi tagliassi le dita goffe con i bordi acuminati. Io intanto intrecciavo le frange della tovaglia con i polpastrelli appiccicosi, con la coda dell’occhio le osservavo il vestito e pensavo che era bello, che era bella.

Il vestito era verde smeraldo e, in un verde più chiaro, fioriva di ortensie. Quando mi chiedevano quale fosse il mio fiore preferito indicavo il cespuglio di ortensie celesti. Gli ombrellini, li chiamavo. Fingevo di proteggermi dalla pioggia con le loro infiorescenze.

Le suore mi sgridavano, torna dentro, dicevano. Mi chiedevo come tenessero i capelli sotto al velo. Corti, dicevano alcuni, per comodità e per non peccare di vanità. Lunghissimi e raccolti con le stesse forcine con cui appuntano il velo alle tempie, dicevano altri. Il convento era di fronte alla caserma, entrambi gli edifici recintati da mura alte e lisce. In prigione i capelli si tengono corti per via dei pidocchi. Anch’io tenevo i capelli corti all’inizio e alla fine della scuola per via dei pidocchi. Raccontavano di una bambina che li aveva presi e aveva dovuto tagliare i suoi capelli lunghissimi e biondi a zero, era tornata a scuola pelata. Forse le suore sono pelate, dicevo. No, le donne sono pelate solo quando si ammalano, rispondeva.

Mia nonna odorava di verde e di pioggia. Mia nonna è stata la prima persona ad accorgersi che avevo imparato a leggere per davvero. Ero troppo piccola per conoscerla ma vedevo il bene che voleva alla mamma e il bene che la mamma le voleva e quando è morta ho fatto finta di non essermene accorta, sperando che mia madre ci cascasse e facesse finta con me. L’unica cosa diversa di quel giorno è stato il letto nel quale ho dormito, nella camera della figlia grande di un’amica dei miei genitori.

Quando qualcuno si ammalava succedeva così; nella credenza iniziavano a impilarsi lastre in buste gialle, ricevute. Nel mobile in sala, insieme alla tachipirina e alla biochetasi spuntavano scatole diverse, che non conoscevo.

Le suore sanno tutte cantare. Anch’io sapevo cantare, ma in chiesa dovevo tenere bassa la voce, per non sovrastare le altre, superba. Me l’aveva insegnato mio padre. A cantare. A tenere la voce bassa me l’hanno insegnato tutti, alzarla è maleducazione, come non dire grazie, come non dire buongiorno. Come non chiedere per favore.

In chiesa chiedevo, per favore, Gesù, non la voglio la vocazione. In chiesa chiedevo, per favore, Gesù, regalami le visioni.

Quando qualcuno moriva succedeva così; per due o tre giorni andavo a dormire a casa di amici, dovevo ricordarmi di dire: grazie e, per favore, e chiedere il permesso per andare in bagno, per versarmi un bicchiere d’acqua, chiedere qualcosa per colorare il latte della colazione, mettere la camicia con i pinguini che la mamma aveva preparato insieme alle calze in tinta e alla gonna scozzese senza lamentarmi del cavallo della calzamaglia.

Quando qualcuno moriva gli amici erano più gentili e potevo mangiare le caramelle fuori pasto. Quando qualcuno moriva non si capiva mai il perché – spariva per riapparire nell’ovale di ceramica del cimitero.

 

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6 commenti

  1. clap clap clap alla madame.

  2. Federica

    questa è una delle cose più belle che io abbia mai incrociato.

  3. matteo trevisani

    Complimenti.

  4. grazie di cuore… ci rivediamo lunedì prossimo :)

  5. Asi Claypool

    come le ortensie :)