Convenzioni 4

- 23 Ottobre 2010

Scacco Matto

La dote principale di un giocatore di scacchi dovrebbe essere la giustezza nella gestione del tempo. Quando hai un tempo limitato come quindici minuti, devi sapere con esattezza quanto tempo dedicare a ogni singola mossa, e cercare di sapere quando, in una situazione complicata, vale la pena sprecare più secondi per riconsiderare di nuovo tutta la strategia.

Questo non vale solo per gli scacchi, ma in tutte le cose della vita. Non puoi dedicare alla scelta di un’università lo stesso tempo che trascorri nell’indecisione davanti al banco dei sottaceti, al supermercato.

Io non sono un gran giocatore, alla fine mi farò fregare da un giocatore più esperto di me, che tocca i pezzi di legno piombato con una delicatezza infinita, con un’intimità che io non sarei mai in grado di raggiungere, che avrà una tempistica perfetta, da manuale.

Mi farò fregare dal tempo, resterò a immaginarmi un e se… qualsiasi e intanto perderò il momento buono, l’attimo del salto. Non me ne faccio mica una colpa: credo di avere molte altre qualità e una di queste è il discernimento: quello che è certo è che lei non è la mia donna, e io non sono affatto un re da difendere.

Torno alla mia scacchiera, regna il silenzio totale, il ragazzino finalmente fa la sua mossa: il suo alfiere campochiaro punta inesorabilmente contro il mio re, scacco. Dice «Scacco» con una voce flebile flebile, come se si vergognasse. Non me ne ero accorto, spreco un paio di secondi per capire come parare, non voglio perdere la possibilità dell’arrocco quindi proteggo il re con il cavallo, a sua volta protetto da un pedone non ancora spinto. Superprotezione di g3, mi piace, come parola. Lui decide di cambiare: il mio cavallo per il suo alfiere, sono d’accordo, si può fare. All’orologio mancano cinque minuti, e le mani mi stanno iniziando a sudare, perché ora la mia ala di re è più sguarnita di quello che pensassi. Il ragazzino prende coraggio, depone la sua donna in una posizione offensiva, potrei non avere scampo, tra qualche secondo.

Il ticchettio dell’orologio mi fa girare la testa, inizio a fissare la nuca di Elena, che si è messa in una posizione ben dritta, con i gomiti appoggiati ordinatamente sul tavolino di legno chiaro. Sta ragionando anche lei, perfino la sua partita non dev’essere troppo semplice. Il ragazzino sembra stupito dalla mia incertezza, spalanca gli occhi. Non riesco a trattenere il tremolio delle mani, mancano tre minuti, posso ancora farcela. “Aiutami”, penso, sempre fissandole la nuca, “Aiutami Elena, che questo è un gran casino”.

Percepisco uno strano pizzicore sotto al naso, quindi volto la faccia alla ricerca di un punto fisso, per trattenere lo starnuto. Il prurito monta come una tempesta in mare, proprio tra gli occhi, il ragazzino fissa i secondi che scorrono più veloci di quello che ricordavo, guarda me, poi l’orologio, poi ancora me. All’improvviso un lampo bianco mi attraversa la mente, di colpo, con un colpo tremendamente forte, starnutisco e un miliardo di particelle di saliva si spargono per la sala. Il boato è indecente, maleducato, quasi mostruoso. La folla si volta a guardarmi, scandalizzata, senza provare nemmeno un briciolo di pena, dai bambini genio a strani ragazzi con le magliette di qualche saga fantasy. Si voltano tutti tranne Elena, che rimane concentrata sulla sua scacchiera. Io e il resto del mondo non siamo contemplati, siamo stati estromessi, semplicemente non ci siamo più e non posso fare a meno di pensare che forse, in realtà, almeno io, non ci sono mai stato.

 

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