Finale

Elena, la mia ragazza, è seduta cinque file davanti a me, riesco a vederla di schiena, mentre si sfrega l’orecchino a forma di tappo del Campari che le ho regalato per il suo compleanno, qualche mese fa. Fa così per concentrarsi, per diminuire lo stress.

Lei è una prima nazionale, se riesce a cavarsela bene in un altro paio di tornei potrebbe diventare candidato maestro. Il suo avversario è un ragazzo della mia età, che sembra concentrato più su di lei che sulla partita. Il mio, di avversario, sta ancora ragionando su una decisione banale, quindi per un attimo perdo la concentrazione e mi fisso a guardarla.

È lei che mi ha convinto a tesserarmi. Non l’avrei mai fatto di mia spontanea volontà: per me gli scacchi sono solo un esercizio mentale, quando gioco bene mi mettono sicurezza. La similitudine tra quelle 64 caselle e la vita è abbastanza intuitiva, ma quando la partita fila liscia, i ragionamenti sono morbidi ed esatti, mi sembra di riuscire a controllare tutti i molteplici aspetti della mia misera esistenza. Ho tutto sotto controllo.

Ma è solo un illusione: basta una disattenzione, un combinazione calcolata male, ed ecco che tutto quello che ti sembrava stabile, il re ben protetto dopo un arrocco corto, il gioco sull’ala di donna che sembra un’armata di legionari in Gibuti, tutto crolla all’improvviso. Per questo giocare a scacchi ti insegna anche a non fissarti sulle perdite, ma a imparare dai tuoi errori, a riconsiderare le tue scelte. Elena è bravissima, in questo, molto diplomatica, una Proteo al femminile capace di assumere tutte le forme e conquistare la vittoria, verbale, morale, scacchistica e quant‘altro senza lasciare nulla al caso. Considerando ogni eventualità, ogni accidente.

Negli scacchi il caso è escluso, rimosso a priori.

Io nemmeno lo sapevo, che lei giocasse. Una sera ci eravamo seduti al tavolo di una di quelle associazioni culturali che giovani trentenni aprono per il classico sogno di gestire un bar e pagare meno tasse. Solo che devi avere gli scacchi, altrimenti arriva la polizia e ti fa un culo grosso così.

Uscivamo insieme da un paio di settimane e ancora ci divertivamo a conoscerci: mai avrei pensato che la questione delle autorità in una relazione, possa essere stravolta da un semplice gioco. Lei si alza, prende la scacchiera e si mette davanti a me a preparare i pezzi. Uno che sa giocare lo noti subito da come sistema i pezzi sulla scacchiera, i cavalli girati tutti dallo stesso lato, la regina che tiene il colore, l’ultima casella nera alla tua sinistra.

Persi la prima partita, e poi tutte le altre. Quella sera non riuscii nemmeno a fare l’amore, non ci fu nulla da fare, ero rimasto sconvolto, la mia virilità era stata intaccata da un paio di combinazioni leggere, tanto ben costruite che sembravano affidate al caso.

Non ho ancora vinto una sola partita, contro di lei, ma mi dice che imparo bene, e che se mi mettessi a studiare qualche libro di Nimzowitsch il mio gioco migliorerebbe all’istante, che come in tutte le altre cose, il mio problema è il finale, arrivare alle conclusioni in fretta, nel modo più giusto possibile.

Non riesco a finire, insomma, o comunque ho grosse difficoltà nel farlo. Inizio un sacco di cose, e non ne finisco nessuna.