Mediogioco

Avevo ancora vent’anni, giocavo in uno di quei tornei di strada organizzati dalla pro loco del comune, che mi sembravano imperdibili eventi culturali, mi facevano sentire meno il peso della provincia. Il torneo era da sei partite semilampo, un quarto d’ora ciascuno: al massimo la tortura poteva durare mezz’ora.

Era il mio primo torneo, niente di serio, sia chiaro, ma per la prima volta avrei fronteggiato uno sconosciuto, e non il mio vicino di banco. Io e Samuele avevamo intagliato con un cutter una scacchiera sulla formica del banchetto e avevamo ricavato i pezzi strappando dei minuscoli pezzettini di carta da un quaderno e li avevamo colorati, riuscivamo a giocare piuttosto bene, ma sono convinto che se invece di starcene lì a muovere a caso i pezzi (nessuno di noi aveva ancora la benché minima nozione di strategia scacchistica), avessimo prestato attenzione alle lezioni di matematica, oggi avrei avuto qualche occasione in più.

Avevo trascorso la mattinata ripassando le partite, le contromosse, i trucchi in cui non sarei dovuto cadere. Mi giravano in mente i nomi di grandi scacchisti e grandi partite, Ruy Lopez, Karpov, il grande Kasparov, il malinconico Fisher, e poi ancora l’Immortale, l’apertura Francese, l’indiana di Re. Ero preparato, avrei anche potuto non fare una brutta figura.

Vinsi la prima partita con facilità, il mio avversario era un vecchietto che era capitato lì per caso, lasciò la donna in presa alla decima mossa, e pensai addirittura di dirgli «Avanti, non preoccuparti, rifai pure la mossa», ma voglio dire, sarebbe potuta essere la mia unica occasione per finire il torneo con almeno un misero punticino, e avrei fatto di tutto per averlo. Presi con velocità la donna col mio cavallo, con un gesto morbido delle dita deposi il mio pezzo al posto del suo che accantonai con attenzione vicino ai pedoni presi in apertura.

Il vecchietto si batté le mani sulle cosce, e sorridendomi mi disse «Non l’avevo vista! ». Io sorrisi di rimando, vergognandomi come un ladro, come se gliel’avessi rubata per davvero, quella regina. Vinsi poi la partita subito, mortificando ogni sua debolezza. Ce l’avevo fatta: +1 dopo la prima partita, niente male per il primo torneo della mia vita. Il mio primo e unico punto.

Ma il secondo avversario fu un bambino di dieci, undici anni. La prima cosa che notai appena si sedette davanti a me fu il marchio impresso sulla sua polo blu, FSI, federazione scacchistica italiana. “Ci siamo” pensai, e sì, c’ero, senza dubbio. Gambetto di re. Il ragazzino mi offre il suo pedone, ma so che è un trucco, so che non ci devo cascare. Lui è tranquillo e rilassato, serissimo, nemmeno mi guarda, quello che penso sia il padre sta seguendo la partita a qualche metro da noi. Il gambetto di re è chiaramente una presa per il culo, è stata bollata come fallimentare verso la fine dell’Ottocento, nessuno la usa più, ormai e io lo so, ma non ricordo la mossa candidata, quindi impallidisco, nel considerare che niente, non ho nessuna contromossa. Prendere il pedone è come firmare consapevolmente la tua stessa condanna a morte.

Perdo in cinque minuti esatti.

Quando offrii la mano all’avversario lui, mosso a compassione, mi disse «Aspetta, siediti, te la spiego io».

Mi fece vedere dove avevo sbagliato e come avrei dovuto comportarmi, lo ringraziai dal buco di vergogna in cui ero sprofondato. Alla fine del torneo vidi il padre del ragazzino che lo rimproverava per aver vinto contro di me con un numero di mosse superiore a quelle necessarie, e il suo tono non aveva nulla di vagamente assolutorio.