“Gli scacchi sono la vita”
Bobby Fischer

Apertura

L’apertura spagnola è un modo divertente di iniziare, ma certamente non il più solido, se vuoi essere sicuro di vincere. Mette in risalto i difetti di ogni giocatore: l’eccessiva rapidità nello scambio, l’incertezza nel coprire gli spazi e un inadeguato controllo del centro di gioco. È preferita dai neofiti, perché è semplice da ricordare e il gioco è largo, veloce, intuitivo, e lascia poco spazio alle combinazioni. Le partite spagnole si risolvono direttamente al finale, dopo un mediogioco rapido fatto di scambi e di pedoni spinti alla cazzo di cane.

Io non la uso quasi mai.

Sono convinto che al mondo esistano vari tipi di silenzio, un tipo per ogni tipologia di uomini. Il mio preferito è quello creativo, denso, frenetico e nervoso di una sala nel bel mezzo di un torneo di scacchi. Tutti dovrebbero andarci una volta, per rendersene conto, anche se non si è avvezzi al gioco. È un silenzio fatto di teste chinate e di menti appoggiati sui pugni, del lento ticchettio vibrante di orologi meccanici, di volti disumani divisi per categoria, di bambinetti a cui non daresti una lira che però riescono a terrorizzarti a causa dell’esattezza dei loro ragionamenti. È un silenzio che ti parla, che ti spinge alla mossa successiva, è un silenzio incessante, che ti mette fretta, in fin dei conti.

Ho da poco compiuto venticinque anni, e la mia categoria è la terza nazionale: in pratica sono tra i più scarsi della sala. Il mio obiettivo, quest’oggi, è non arrivare ultimo, non essere il peggiore del torneo. Perfino la qualifica in seconda nazionale mi sembra un obiettivo assurdo, inarrivabile. Gioco solo con vecchietti che devono mantenersi in vita e con ragazzini spinti al gioco da anziani e severi padri, professori di matematica in licei scientifici di provincia.

Nelle pause tra una partita e l’altra vedo bambini capellino e divisa blu che confabulano tra di loro, mentre muovono veloci i pezzi sulle grandi scacchiere da torneo, immaginando assurde e complicatissime situazioni ipotetiche.

Esiste la regola non scritta dell’impossibilità dell’approccio, tra ranghi differenti. Quei bambini hanno dodici, tredici anni e sono candidati maestri già da qualche mese. In una situazione indiana di caste a compartimenti stagni io dovrei essere il loro schiavo, neanche troppo amato, per giunta. Dovrei imparare da loro.

Non sono un tipo invidioso, ma non riesco a smettere di pensare che se avessi impiegato meglio il mio tempo quand’ero piccolo, invece di infeltrirmi il cervello con i videogiochi e masturbarmi con le foto scaricate da internet di Paola Barale o di Stefania Sandrelli, a quest’ora non sarei qui, nell’ultima fila, a giocare un’apertura spagnola contro un foruncoloso giovinetto spaventato, a cui trema la mano ogni volta che deve battere il tempo sull’orologio, o muovere un pezzo.

Mi è anche toccato il nero, oltretutto.