S’i’ fossi foco, arderei ’l mondo;/s’i’ fossi vento, lo tempestarei;/s’i’ fossi acqua, i’ l’annegherei.

Io e Cecco Angiolieri saremmo stati grandi amici.

Se fossi un pezzo di carta prenderei fuoco immediatamente; sono l’esca perfetta per il più ardente dei falò; sono la brace che divampa senza darti il tempo di scappare.

Il mio furore ha un boato assordante e vomitevole, e la grazia della crudeltà.

Non lo so perché mi riesce così facile, così immediato, darmi alla rabbia come al più sensuale degli amanti. Mai con te sono stata così disponibile. Eppure tu e solo tu sei il bersaglio del fiume incontenibile della mia lava di acide recriminazioni. Tu, e la pozzanghera del tuo spirito, insufficiente a spegnere l’ardore dello scontento. Io, dal profondo del mio crepaccio di riprovazione, erompo e ti sommergo col catrame che infiamma uno per uno i tuoi punti deboli.

Il sangue sparato al cervello, pompato in ogni neurone che si gonfia e scoppia come una sanguisuga ingorda. Sei lo straccio rosso vergogna sbandierato di fronte ai miei occhi severi e accecati.

Di fronte alla tua inettitudine mi trasformo in cavo d’alta tensione e sento sfrigolare in me un potere delizioso, che mi inebria: il fulmine di Giove, il maremoto di Nettuno, il vulcano di Efesto.

Tu sei la mia messa a terra e per questo ti amo e ti odio. Sei l’interruttore che attiva e spegne la cenere sterile della mia disapprovazione. La lama gelida della mia ragione che spacca la pelle sottile delle tue stupide scuse.

Se solo capissi. Se solo fossimo ogni tanto alla stessa altezza. Se solo arrivassi a guardarmi negli occhi.

Invece ti accontenti di essere il canale di scolo delle mie acque infette.

Il nostro malamore ricoperto di muschio, abbeverato d’alcol, si purifica nell’incandescenza del mio furore? Non so. Rimangono candide ossa, scheletro rattrappito dell’affetto.

Il sangue fluisce al cervello a fiotti e riempie le mie orecchie del rombo dei tuoi nonsensi. Se anche volessi non potrei ascoltarti. Ma tanto non voglio, perché quando parli vedo, filtrata di rosso amarezza, solo la tua bocca distorta in pieghe vaghe e il ringhio sordo della mia rabbia che cresce fino al latrato di Cerbero.

La testa è pentola in cui ribolle tutto il male di vivere della mia esistenza, la catena arrugginita di rimpianti, delusioni, cuori infranti, bugie, false speranze, di cui tu sei l’ultimo anello, il più debole, quello che fondo nella fornace della purificazione.

Mi trasformo nel drago cattivo per dare sfogo a tutte le mie frustrazioni e tu non sei che la roccia su cui esercitarmi, abbastanza resistente perché non si sciolga al primo fiato di fuoco, abbastanza malleabile perché vedendo le cicatrici io possa essere certa che le mie fiamme lascino un segno.

La piaga della bruciatura è incancellabile, ti ricorderai sempre di me. Le ustioni raggrinzite sulla mia pelle mi ricorderanno sempre quale è stato l’incendio che le ha impresse, quanta terra bruciata ho sofferto, quanti ricordi fusi ora non sono che cera di candela accartocciata.