Dietro la penna come dietro un paravento decorato di sottile carta di riso. I segni dell’inchiostro sono le mie ombre cinesi: forme che ti raccontano una storia: leggimi e saprai la verità.

La verità è per i coraggiosi? A volte. Più spesso è per chi è rimasto senza speranza, senza parole, senza domani. Vuoi sapere la mia verità? Vuoi sapere perché non mi vedrai anche se parleremo tanto? Ero gracile da bambino. Mio padre era un falegname: ho sempre coltivato il desiderio che, come in un altro caso, fosse solo il mio padre putativo. Io non ho mani per la pialla né per la sega. Le mie dita sono a loro agio solo con la penna, sesto compagno.

Ero cagionevole da bambino. Un retaggio materno, per quel poco che mi è stato dato di conoscerla. Mi ha insegnato a leggere e a scrivere e poi, come se mi avesse consegnato tutta la sua eredità e mi avesse fatto Uomo, è morta.

Tutto lo sforzo dei lombi di mio padre aveva dato solo me: posso capire la sua delusione. Ma per quanto io sia consapevole dei miei limiti, non posso capire la sua crudeltà.

Forse, quando saprai, anche tu avrai cose incomprensibili e crudeli sotto gli occhi: non sono caduto poi così lontano dal mio melo. La differenza è che io, figlio obbediente, seguo diligentemente la via di mio padre: sono il mio stesso bruco. Ho rosicchiato un comodo tunnel nella mia polpa asprigna (sono una mela renetta, che altro?) e da un capo all’altro io e mio padre riusciremo a parlarci, un giorno.

Lui mi ripeteva in continuazione “Tu non hai il fegato”. Era una cantilena perenne, aleggiava tra noi come vapore puzzolente. Tu non hai il fegato di fare niente, tu sei il ramo verde della betulla che muore prima di essere albero e fa solo fumo sul fuoco. Tu non hai il fegato di essere uomo, non reggi il martello, non sostieni la sega, ti piegheresti sotto il peso del listello di quercia.

Era una sfida, lui contro me, per vedere chi fosse il più virile. Non ci provavo nemmeno: dopo avergli tolto mia madre non potevo fargli anche quello.

Non hai il fegato, non hai il fegato: il suo mantra per accertarsi che io fossi sempre lì, a distanza di queste quattro parole. Forse si sentiva troppo solo, mio padre, e aveva inventato questo incantesimo di sottomissione per tenermi legato a lui. Forse era troppo spaventato dal potere che, con la penna, mia madre mi aveva dato, per provare a metterci sullo stesso piano.

Quando mio padre si ammalò, quando scoprimmo che il cancro aveva intaccato soprattutto il fegato, mio padre disse “Forse alla fine non siamo poi così diversi”, e cominciò a ridere, un riso amaro che conteneva però una nota di sollievo. Rideva così ogni volta che mi vedeva: voglio credere che fosse il suo modo per dirmi ti voglio bene. Rideva così quando morì.

Ho riso così quando ho scoperto che presto non avrei più avuto il fegato neanch’io: no, non eravamo poi così diversi.