Mia nonna ci ripeteva sempre che a farci il solletico sotto i piedi ci sarebbero venuti i vermi nella pancia. Era severa, mia nonna. Vedova e con una delle due figlie divorziata – mia madre – non sorrideva quasi mai. Mamma non si poteva permettere il campo estivo, così passavo tre mesi con la nonna. Era un imperterrito stai fermo, non devi, non si fa. Potevo solo colorare, ma senza uscire dai margini, sennò mi tirava le orecchie. Se avessimo avuto la tv mi avrebbe lasciato ipnotizzato là davanti per tutto il tempo, dopo aver deciso cosa potevo guardare. Se le stavo intorno mi scacciava, ma visto che mi controllava a bacchetta solo se stavo alla sua portata cercavo di passare più tempo possibile fuori in giardino. C’erano dei cespugli in cui mi ero fatto la tana, una specie di nido foderato di foglie e piume ripulite di gallina. Ci portavo i giornaletti, qualche libro, una merenda. Ci portavo mia cugina Loretta quando veniva a trovarci.

Adoravamo farci il solletico. A otto anni era una questione d’onore resistere il più possibile prima di ridere. Mi mordevo le labbra a sangue ma finiva sempre che perdevo. Ci facevamo male come si fanno male i bambini e spesso continuavamo a passarci le piume fino a farcela sotto. In più c’era la sfida dell’anatema di nonna: a farci il solletico ci sarebbero venuti i vermi in pancia. Dopo aver infranto il divieto ci immobilizzavamo, attentissimi, per verificare: sentivamo qualche rumore, uno strisciare leggero nella pancia? Il pizzichino di un morso, la carezza molliccia dei vermi? No, niente. Ogni volta delusi, la volta dopo ci riprovavamo, chissà che non fosse come curare le piante, allevare vermi in pancia, un po’ di solletico ogni tanto, preparare lo spazio per il loro arrivo, fargli la cuccia. Mangiavamo una manciatina di terra dentro la merenda per nutrirli. Ci credevamo. Era il nostro segreto.

Io in realtà ne avevo due: ero innamorato di Loretta. Le trecce perfette che si scioglievano a poco a poco durante i giochi, gli occhi le si illuminavano quando parlavamo dei vermi o quando mi raccontava delle lezioni di canto, la vocetta garrula che riempiva di rintocchi allegri la nostra tana, le guance paffute coi rossi anche d’inverno, le ginocchia sbucciate perché non aveva paura di niente.

Un pomeriggio ero lì sdraiato a pancia sotto, con i piedi in aria, le piante offerte al mio amore segreto che le titillava con la piuma. Le braccia strette intorno alla bocca per non ridere, i tremiti spontanei del corpo. Dopo cinque interminabili minuti ci fermammo guardinghi per vedere se finalmente mi erano venuti i vermi.

Nel silenzio lei disse “Sei il mio migliore amico” e si strinse a me. Io mi sentii arrossire fortissimo, credevo di avere la febbre, vedevo doppio, il cuore nelle orecchie ripeteva quelle parole dolcissime tanto da darmi la nausea. E poi avvertii qualcosa, un fremito, un solletico leggerissimo nello stomaco, un’eco di piume, lievissimi tocchi, colpetti leggeri. Spalancai gli occhi, incredulo: i vermi, finalmente!

Loretta se ne accorse dalla mia espressione e fece “Ohhhh” a lungo, con la mano sulla bocca. Io ero ammutolito. I movimenti si erano intensificati, moltiplicati, un frullio come di ali – che strano – girava in tondo nello stomaco e poi prese a salire.

Impulso fortissimo di ridere, di felicità, molto più impellente che con la piuma: dovetti per forza aprire la bocca per una risata più grande di me. Quando lo feci, dai miei denti, ora multicolori, esplosero centinaia di farfalle cangianti: viola, rosa, gialle, azzurre, bianche e una enorme, stupenda, rossa, un caleidoscopio di tinte che brillavano intorno alle nostre teste, paradisiache, da lasciarci stupefatti.

Rimanemmo a guardarle col naso all’insù, il ricordo più bello dell’infanzia, il mio primo amore, la mia prima meraviglia.