L’impossibilità della tragedia

- 7 Luglio 2010

Quando ho fatto domanda per partecipare alla performance di Teresa Margolles al Museo MADRE di Napoli, non sapevo assolutamente cosa mi aspettasse. Ho pensato subito a Spencer Tunick, non so perché.

Dopo qualche giorno però, la mia associazione mentale è stata felicemente smentita da una telefonata che mi dava le principali coordinate: durata di tre ore al giorno per tre giorni, un centinaio e oltre di partecipanti, no nudi, si abbigliamento a scelta, parlare non è facoltativo, ma quasi obbligatorio.

Il 22 giugno sono pronta per partecipare al workshop con l’artista.

Il 23, qualche ora prima che inizi la performance, lo sono ancora di più.

All’improvviso non lo sono più stata.

Siamo i testimoni di un rito che ricorda le vittime della sanguinosa guerra civile in atto a Ciudad Juarez (Messico) per combattere il narcotraffico.

Siamo tutti vicini, seduti al buio nella sala polivalente del MADRE e dobbiamo parlare sottovoce.

Al centro della sala, un telaio e una sedia illuminati da una luce rossa.

Una persona, a turno tra una decina, si siede per ricamare delle croci su un telo.

Ogni croce rappresenta una vittima su quel telo che la stessa Margolles ha portato con sé dal Messico, dopo averlo steso sui corpi senza vita e cosparso con la terra del posto.

Mi dico che forse avrei dovuto aspettarmelo da un’artista che ha trasformato un obitorio nel suo studio.

Mi chiedo cosa pensino tutti. Ci sono visitatori che entrano e restano immobili per dieci minuti e c’è chi viene a sedersi accanto a noi credendo che siamo il pubblico.

All’inizio sono un po’ incazzata, perché non capisco come questa azione possa trasmettere l’impossibilità della tragedia, titolo della performance.

L’arte contemporanea non finisce mai di sorprendermi, mi dico.

In realtà, posso “vedere” Ciudad Juarez già il primo giorno, quando decido che il secondo non sarei tornata alla performance e riesco a entrare in quella città solo il terzo giorno, quando in ritardo attraverso la sala completamente buia senza riuscire a vedere nulla. Mi aggrappo ad altri ritardatari, tento di incollarmi al muro, ascolto quel mormorio in sottofondo e all’improvviso e per molto tempo ho paura. Mi stendo e siamo tutti lì per quaranta minuti al buio totale. Ogni giorno, questo tempo senza luce aumenta proporzionalmente al numero di vittime che viene registrato.

Impossibile contare i morti, compresi i cani. Impossibile ricamare tutte quelle croci. Impossibile comprendere. Impossibile scappare.

20.30 di ogni giorno tutti in piedi. Sembriamo dei ballerini in una coreografia postmoderna: camminiamo in branco con passo deciso verso l’uscita, dove la luce ci stordisce e ci acceca.

 

2 commenti su “L’impossibilità della tragedia

  1. 1

    mi sono venuti i brividi…

  2. 2

    Sono venuta da Roma per partecipare alla performance, conosco e amo molto il lavoro della Margolles. Anche per me è stata un’esperienza davvero intensa, peccato che non proprio tutti i partecipanti fossero altrettanto coinvolti…