L’oscurità, di getto, si placa allo sfrecciare di ghirigori colorati, luci sgargianti, tremori abbaglianti; mentre evaporiamo senza più nulla nel petto che non sia stupore, mentre dimentichiamo progressivamente cosa sia accaduto in tutti questi anni, mentre torniamo ad essere gracili e piccoli come un tempo, friabili, teneri.

Come fai a non amare i fuochi d’artificio?

Mi fanno dimenticare che sono potenzialmente morto.

Non è una cosa positiva, il sentirsi più leggeri?

Non voglio che accada, voglio che le cose abbiano il dovuto peso, continuamente.

Non è una cosa che posso condividere.

Poi le luci si spengono, senza altrettanto clamore; è un mesto ritirarsi. La gravità ritrova vigore. Qualcosa, pian piano, muore; la diffidenza forse, anche se il trasporto pare ancora murato, intuibile ma comunque privo di vie d’accesso. Sento freddo, qua fuori, aspetto che ti posi su di me.

Andremo a vedere la casa domani mattina?

Ci andremo.

Non hai paura?

Intendi paura che possa non muovere nulla?

Muovere cosa?

Intestino tenue, cose così.

Qualcosa dovrà pur muovere.

Distesi sul prato ruvido capiamo di aver fallito, ci scrutiamo per accertarcene. Quelli che dovevano essere bei ricordi stanno diventando rottami, ferraglia dissotterrata da cumuli di macerie. Eppure qualcosa di importante in questo posto c’è stato, deve essersi nascosto troppo bene o non abbiamo ancora speso le dovute energie per cercarlo.

Forse la gentile signora Marta saprà darci qualche soddisfazione.

Forse, non ci spero poi molto.

Siamo il risultato di una radiografia cubista, abbiamo le ossa in disordine e non sappiamo come rimetterle a posto.