Un bambino mi saluta mentre passeggiamo; com’è che si dice in questi casi? “Potrei essere io qualche anno fa”; ma le cose non stanno così e negli occhi di quel bambino se ne legge tutta la desolante consapevolezza.

Un albero di trenta piani è una canzone che cantiamo spesso. Chissà cosa direbbe Celentano di noi, di questo scenario, di questo scenario con noi protagonisti.

Raggelante, davvero.

Eppure siamo cresciuti qui, c’è qualcosa di noi su queste pareti, in quelle crepe.

Esatto, pensavo proprio a questo.

Non provi un po’ di nostalgia, affetto?

Distacco.

Stai mentendo, vorresti sentirti distaccato, ma in fondo in fondo non ci riesci; ne sono certa.

Ti adoro quando mi analizzi.

Menti nuovamente.

C’è qualcosa di noi lungo queste strade: le corse disperate culminate in sbucciature cutanee, le domande ingenue che ponevo a mia madre, che ci siamo posti a vicenda, le piccole significative scoperte, l’eco dei palloni che rimbalzano.

C’è una sorta di riflesso ad attraversare il tuo sguardo, un sentimento lasciato a metà. Il sole si proietta in profondità e ci raggiunge un po’ ovunque, senza una sola tregua, non c’è ombra tanto vasta da potervi lasciar risposare le nostre carcasse ancora animate, animate da fantasmi di desideri senza lenzuolo sulla testa, qualcosa di cui puoi appena intuire la presenza. L’erba dei giardini non viene tagliata da un bel po’ di tempo, pare, e i mozziconi di sigaretta sono sparpagliati un po’ ovunque sul manto, abbastanza disordinatamente, senza un progetto.

Ho sete.

Ho una bottiglietta d’acqua, aspetta; ecco.

Grazie.

Io ho fame, tu?

No, ma mangio volentieri.

Cerchiamo un posto?

Mentre i nostri denti triturano pezzi di bistecca al sangue e segmenti di foglie di insalata (adeguatamente condite) osserviamo la scenografia sobria – quasi dimessa – che abbiamo sorteggiato fra le grandi ammucchiate di mattoni a nostra disposizione.

Rimpiangeremo di essere tornati qui.

Non ne sono così sicuro.

Potrebbe essere terapeutico.

Lascia perdere quell’aggettivo, ti prego.

Non vuoi seguirmi fino in fondo in questa operazione, vero?

Ma no, non è così.

Ti vorrei qualche passo più, più qui, ecco.

Dovresti finirla di rinfacciarmi questa cosa, io sono qui no?

Ma…

Ma? Se allungassi il braccio potresti perfino toccarmi.

Sì. Pretendo troppo vero?

Non dico questo, ti poni problemi che non esistono, o di cui non esiste soluzione.

Come il sentirmi sola?

Già, è inevitabile.

Potresti dirmi che ci sei anche quando ti sembra evidente? Mi conforta.

L’ho fatto poco fa.

Non chiedevo molto altro, in fondo.

Una donna quasi anziana si avvicina al nostro tavolo.

Non vi ho mai visti da queste parti, di dove siete?

Siamo cresciuti qui, in una casa due isolati più in là.

Non siamo ancora andati a visitarla, fra l’altro.

Secondo te i padroni ci faranno entrare?

La domanda giusta non è questa.

E quale sarebbe?

Sapranno contenere l’imbarazzo?

Già. Ci scusi signora …

Marta.

Signora Marta.

Semplicemente Marta. E quando siete andati via di qua?

Avevamo undici anni. Non è cambiato nulla qui, pare.

Bè…

Già, centrale a parte.

Oltre alla centrale non è cambiato nulla, in effetti, ormai sono più di vent’anni che abito qui.

Quindi c’era quando c’eravamo noi!

Certo, forse potrei ricordarmi dei vostri genitori. Siete fratelli?

Stiamo insieme!

Stavamo in una bifamiliare, piani distinti.

Ah! Ora devo proprio scappare; sapete già dove pranzare domani?

A dire il vero non ci abbiamo ancora pensato.

Che ne direste di venire da me? Ho organizzato un pranzo con alcuni amici.

Certo, perché no. Ci dia solo l’indirizzo.

Dammi del tu, ti prego. Comunque, certo.

E ci consegna un pezzetto di carta con su scritto qualcosa alla veloce.

A domani, allora!

A domani!

Avresti potuto chiedere il mio parere, prima.

Ho pensato potesse tornare utile alla tua operazione, il pranzo.

Non parlo di questo, avrei sicuramente detto di sì: non avrei sopportato la possibilità che la gentile signora Marta, o meglio Marta, ci rimanesse male.

E allora?

E allora devi soltanto rendermi partecipe nelle decisioni che riguardano noi due, ti sembra fattibile?

Scusami.

Lascia stare le scuse.

Scusa!

Argh!

Siamo il contenuto del cestello di una lavatrice industriale e sappiamo di avere l’emicrania solo quando ci capita di guariarne, nelle brevi pause fra due centrifughe consecutive; torniamo candidi ogni volta, ma non possiamo far nulla per placare il logorarsi dei tessuti.