Ne abbiamo discusso ieri sera, di tornare alle nostre radici, rivivere per un po’ il posto in cui siamo nati e cresciuti, quel tetro quartiere ai margini del decadimento metropolitano.

Ci siamo messi in viaggio, dopo aver lasciato il bar, con la tua macchina, abbiamo percorso itinerari marcescenti e visto scorrere lungo i finestrini il classico schema tre-uno-due: lampione lampione lampione traliccio albero albero. E ora che siamo arrivati al quartiere i palazzi sono avvolti dalla polvere, anche se a dire il vero ogni cosa sembra coperta da una sottile patina; i muri paiono così vecchi, abbandonati al compiersi ciclico delle ere; non cambia mai nulla in fondo, da secoli: sono solo gli atomi a ricombinarsi, ammuffire qua e là, decomporsi e rinascere, un po’ per caso e un po’ per scelta. Facciamo slalom fra secchiate di cemento gettate sommariamente, campetti e giardini semiabbandonati, pali curvi in un corpo a corpo con ruggine e degrado e segnaletica stradale pericolante. Giungiamo all’albergo dove staremo vagamente inscatolati per le prossime due notti, ammesso che si riesca ancora sopravvivere in questo posto così a lungo; ci hanno assegnato una stanza nei piani alti, di quelle con vista sulla centrale nucleare. Sono curioso di vederla, la centrale, è qui da poco tempo, l’unica cosa di questo posto con la quale potrò confrontarmi senza dovermi inabissare nella memoria fino al quasirimosso. Ci trasciniamo coi nostri magri bagagli nella stanza, che è meno squallida di quanto ci aspettassimo; tu non perdi tempo, ti affacci alla finestra, la indichi: è eroica, incontenibile nelle proporzioni. Restiamo sospesi per qualche attimo, rapiti dalle sontuose geometrie della centrale, ancora più risaltanti nell’imbarazzante contrasto con il circondario degradato.

Ci siamo.

Inizi a ricordare qualcosa?

Sono dodici anni che non mettiamo piede in questo posto.

Già, e ne abbiamo solo ventitré in tutto.

Non c’è nulla qui dentro che non sia essenziale, mi piace.

Hai visto i manifesti?

Che manifesti?

C’è una specie di festa stasera, sparano i fuochi d’artificio.

Che festa?

Non ricordo, ricordo dei fuochi.

Odio i fuochi d’artificio.

Sempre questa storia, e perché poi?

Ho scritto una sorta di riflessione su questo mio odio, due giorni fa.

Sei matto.

Non lo nego.

Immagino che dovrò aspettare di essere di nuovo a casa per poterla leggere.

No, non credo, dovrei averla appuntata sull’agenda.

Fammi leggere!

No, più tardi…

E quando?

Dopo che avremo visto i fuochi.

Ah.

Sì, è molto meglio.

Spero te ne dimenticherai, dei mie appunti sui fuochi d’artificio.

Siamo aggrappati alla disperazione, che le radiazioni ci divorano, posso sentirle penetrare nelle cellule, sfondare la membrana, consumare i mitocondri e gonfiare i reticoli. Siamo Smarties dispersi sul pavimento, abbandonati da un pacchetto nel quale non torneremo, rassegnati all’impatto con la suola di una scarpa.