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Radiografia compatta di due fragili scheletri 1

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Il sole è rabbioso e l’enorme vetrina del bar non riesce a contenerla del tutto, la rabbia. C’è qualcosa nell’aria, fumo si direbbe, eppure in questo locale non si può più fumare: deve trattarsi dell’odore che la gente si porta addosso. Ci sono movimenti, piccoli o grandi, circolari, incerti e zigzaganti, ma le voci sono ancora poco più che ronzii; è mattina. Fuori, cosa significa stare fuori, come quelle persone che con un cellulare in mano controllano i propri figli, li mettono sulla giusta strada, a morire sul marciapiede, ma lentamente, crivellati dalle loro paranoie e insicurezze, ansie consumistiche, magazzini di inutilità, osmosi fino alla saturazione e ancora osmosi fino all’esplosione; è davvero triste che i loro figli faranno poi altrettanto. Questo posto ricicla e poi dimentica, tiene traccia solo del movimento, non della condizione iniziale e di quella finale; la televisione trasmette la replica di Inter-Juve, che è finita due a zero ieri sera, ma non posso parlarne perché un tale ha chiesto di non farlo dato che non è riuscito a vedere la partita, ed ora è davanti alla tv a tifare Juve come un pazzo e ci ha persino puntato dieci euro, sull’ X2, anche se è sconsigliabile scommettere sulla propria squadra del cuore, anche se è patetico, patetico guardare la replica di una partita in un bar, sapendo che prima o poi qualcuno urlerà il risultato e che ciò di conseguenza ti farà arrabbiare, uno stato d’animo preventivato e di una falsità sconcertante.

C’è un ragazzo seduto ad un tavolo, lo zaino posato sul pavimento. Si preme distrattamente una mano sul ventre: ha ancora la consistenza della carne; direi che è incredibile che alla sua età non sia ancora integralmente televisivo, ne sono moderatamente soddisfatto. Il bar è tutt’altro che affollato e questo sembra metterlo a suo agio, in un certo senso; sorseggia un caffè per dare un significato più chimico al suo essere sveglio. Fissa il neon acceso sopra il panno del biliardo, che emana candeggina, ne sente quasi l’odore. Ha l’espressione corrosa di chi aspetta un miracolo. L’ombra della tazzina insiste sul tavolo, la osserva con un pizzico di rassegnazione.

Espulso Sissoko, o meglio la sua replica, e il tipo patetico bestemmia: accade l’irreparabile. Perché mi hai chiesto di fare colazione in questo posto orribile? E inoltre sei terribilmente in ritardo, come al solito.

Una donna abbastanza giovane chiede una Coca Cola al bancone. Chissà quali pensieri attraversano una bottiglietta in vetro di Coca Cola, nelle varie fasi di produzione fino all’imbottigliamento e all’esposizione su uno scaffale, dalla vendita all’inserimento nel frigorifero e fino al consumo. Le cose non pensano, di questo ne sono sicuro, anche se a volte mi piace sostenere il contrario. E poi questo genere di bevande non si adatta alla prima colazione (questa è una delle poche cose che è riuscita a ficcarmi in testa mia madre).

Qual è la materia prima della plastica? Me lo sono sempre chiesto, da cosa derivi la plastica; ne sono avvolto, vestito, circondato, vivo secondo il suo modello di falsificazione del reale, mi sorprendo continuamente davanti alla sua inarginabile tendenza a riprodurre tutto ciò che è forma e non so nemmeno cosa sia davvero, la cazzo di plastica.

Sei arrivata, l’auto giace, sommariamente incuneata fra quattro linee bianche.

Mentre consumi con delicatezza una brioche decidi di voler comunicare, ma ti sembro distratto, dici, mi vorresti più partecipe.

Che cos’è il fuorigioco?

Quando l’attaccante al mom…

Sì sì, ma intendo, cos’è il fuorigioco al di fuori del perimetro d’erba verde, che significato ha?

Che è scorretto usare un bastone in una rissa a mani nude.

Non usare le metafore calcistiche di Ligabue, ti prego, prendimi sul serio.

Il fuorigioco è superare delle persone in fila per un misero piatto di minestra appena tiepida, persone che stanno morendo di fame, puoi sentire i loro stomaci contorcersi e gorgogliare, e tu sei solo golosa di minestra, hai appena finito di mangiare un grosso pollo arrosto e hai la pancia piena, eppure vuoi a tutti costi un piatto di quella meno che mediocre minestra e spingi via gli affamati, senza alcuna difficoltà perché sono sottili, sacchi d’ossa tremolanti.

Ma io piangerei dai sensi di colpa nel vedermi riempire il piatto.

Non mi sto riferendo a te, il “tu” è generico.

Non vorrei mai commettere un fuorigioco.

Ne hai già commessi, ne commettiamo tutti, più o meno millimetrici o evidenti come quello di cui ti ho parlato prima; il problema è che non abbiamo un guardalinee pronto a sbandierarceli.

Chissà a cosa pensa un guardalinee durante una partita.

Alla partita, spero.

Non sempre, mi chiedevo com’è che sfruttasse i tanti momenti morti.

Siamo poco più che bolle di Alka Seltzer in regime di microgravità: confluiamo in bolle via via più grandi, nella disperazione più totale dell’anonimato.

 

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3 commenti

  1. voto 5 anche solo per l’auto sommariamente incuneata fra quattro linee bianche :-)

  2. ◕‿◕

    voto 10 per la metafora del fuorigioco, sono commossa

  3. Uh che bravino questo nostro nuovo autore setteperunico! Stringo la mano alle colleghe di redazione per la scelta.