Il giorno dopo c’erano i segni

di una pace terrificante

Fabrizio De André, La domenica delle salme

Adesso predominava il silenzio.

Solo al vento, in quelle prime ore del mattino, era permesso disturbare quello stato di gelida quiete. Soffiava lieve e portava con sé la frescura e l’umidità delle ore che anticipano l’alba. Solo al vento era concesso stazionare ancora nel luogo in cui era accaduta l’esplosione, incunearsi fra le macerie, attraversare tutta l’area recintata dai sigilli della polizia e schizzare via, disperdendosi nella vastità di una città ancora deserta.

Fino a poche ore prima tutta la strada era stata assediata da vigili, forze dell’ordine, giornalisti e curiosi. Gli ultimi a lasciare il posto.

Il traffico era rimasto congestionato e come primo provvedimento fu deciso di chiudere ai veicoli tutte le vie che confluivano sul posto e le altre nel raggio di due chilometri.

L’ordigno, seppur artigianale, ebbe una violenza d’impatto più forte di quella che Ambrogio stesso aveva immaginato. La presenza capillare della rete elettrica e l’altissimo numero di componenti elettronici presenti all’interno del palazzo della Borsa avevano fatto il resto.

La “zona rossa” fu prontamente delimitata dai nastri gialli della polizia, affinché i vigili del fuoco avessero libertà di azione nel cercare di recuperare i corpi dei cadaveri, schiacciati dalle macerie, e provare a salvare qualche sopravvissuto. Ma non c’erano sopravvissuti. Ambrogio, la cui vita era stata caratterizzata dall’insuccesso, aveva finalmente vinto. Ma per lui, e per quelli come lui, vincere richiede sempre un prezzo altissimo.

Non aveva capito, non sapeva, che il sistema meccanico che regolava il flusso delle nostre azioni e, quindi, delle nostre vite era un sistema perfetto, cinico e spietato: impossibile da contrastare. Come ogni essere umano aveva riposto la sua fiducia in ciò che riteneva potesse dargli qualche certezza: l’amore, il lavoro, un ideale politico. Tutte cose gli avevano solamente edulcorato la vita, annebbiandone il punto di vista. Dal momento in cui decise di compiere quel gesto aveva capito che solo riuscendo a bloccare quegli ingranaggi è possibile far emergere il nostro futuro da una marea di destini arresi. Ma per riuscirci bisogna nascere velenosi come serpi. O sperare in una falla nel sistema.

In quelle ore che anticipavano l’alba il silenzio dava i brividi.

Un silenzio che, come una lama di ghiaccio, percuoteva i timpani e arrivava al cervello.

Per tutta la sera e per le prime ore della notte fotografi e operatori avevano immortalato il palcoscenico su cui si era svolto l’atto unico, lasciando ai loro apparecchi i feticci della tragedia.

Adesso toccava al silenzio calare il sipario, stendere un enorme telo bianco sulle macerie colorate di sangue, sulle braccia, le gambe. Sui frammenti di materia cerebrale e viscerale appartenuti a ciascun attore sterminato dalla rabbia di un dio che si era stancato delle loro voci.

Il silenzio posava su tutto.

Lo stesso violento silenzio che avrebbe operato la Storia su Ambrogio Giulini.