A guardarli bene tutti vermi che siamo

costretti a eliminare

la logica spietata del profitto

o chissà cosa

ci fa figli dell’impero culturale occidentale

meno male che qualcuno o che qualcosa ci punisce

Baustelle – Colombo

Vi odio.

Vi odio tutti.

Odio le vostre ventiquattrore, sempre piene di cartacce: orridi documenti che ululano numeri, cifre smisurate, quasi illeggibili per un occhio umano. Dossier in cui si analizzano i dati economici degli ultimi trimestri; dossier in cui si analizzano i comportamenti di alcune società in contrapposizione ad altre in una spietata ricerca del bene e del male. Un bene e un male estremamente soggettivi, in cui i ruoli si rovesciano a seconda dell’oscillazione monetaria. Carta straccia, è carta straccia.

Il serpente monetario. Il serpente monetario è quello biblico, quello tentatore.

Vi odio. Vi odio tutti.

Ti odio. Lurida, pericolosa sgualdrina. Odio i tuoi quarantanove anni, odio i nostri ventiquattro anni di matrimonio e i cinque di fidanzamento: odio i nostri ventinove anni insieme. Odio i tuoi smalti e i tuoi rossetti. E le tue borse.

Odio la nostra casa, la vita che abbiamo lasciato lì dentro, che ho lasciato. I profumi e i sapori delle pietanze messe a cuocere in pentola, gli odori emanati durante i turbolenti amplessi nei giorni in cui la tua voglia di vita pubblica lasciava il posto a desideri sfrenati. E restavamo chiusi in casa, e tu non lo ricordi.

Adesso odio anche il mio cazzo.

Odio le vostre vite, le vostre facce spregevoli sempre pulite e lisce. Odio il profumo dei vostri dopobarba, acque di colonia all’essenza di meschinità.

Le vostre case e il vostro puritanesimo, le vostre chiese e i vostri rituali: le ostie ingurgitate allo stesso modo di un bond.

Io e voi non possiamo pregare lo stesso Dio. Io disconosco il Vostro.

Io vi odio e anche i vermi vi odieranno, proveranno ribrezzo ad attraversare il vostro cranio e il vostro corpo; non avranno di che cibarsi: siete fatti di nulla.

Mancavano cinque minuti alle diciotto.

Fuori i lavoratori che avevano finito i loro turni di lavoro, raggiungevano le fermate della metro più vicine.

Dentro mancavano cinque minuti.

Altri cinque minuti e anche per oggi il palazzo della Borsa avrebbe chiuso, lasciando ai giornali i soliti, tristi titoli degli ultimi due anni.

Ambrogio sentiva le gocce di sudore attraversarlo all’interno. Sentiva il cuore battere al ritmo della sua sveglia: tic tac tic tac…

No, non era il suo cuore. Era l’ordigno che teneva legato alla caviglia, ben nascosto fra calzino e pantalone pesante. Mancava un minuto alle diciotto quando raggiunse il punto con la più alta concentrazione di operatori: tutti davanti ai monitor coi loro telefoni tenuti fra mano e orecchio. Non aveva ancora deciso se il suo gesto fosse di disperazione o di vendetta. Se il suo voleva essere un suicidio o un attentato.

Non l’avrebbe mai scoperto.

Odio te, giornalista e te, storico e chiunque altro additerà il mio gesto come quello di un pazzo. O di un terrorista. Che cosa ne sapete voi della mia vita? Che cosa ne sa la Storia della mia vita?

Qualcosa dovrà dirla, la Storia, e sarà sicuramente una menzogna.