Voglio vivere in una città

dove all’ora dell’aperitivo

non ci siano spargimenti di sangue

o di detersivo.

Fabrizio De André, La domenica delle salme

La giornata di Ambrogio Giulini era iniziata allo stesso modo in cui si sarebbe conclusa:

con lo stridere petulante della sveglia, anticipato dai ferrosi e roboanti ticchettii della lancetta dei secondi che, rossa, martellava il quadrante sessanta volte al minuto in attesa dell’esplosione finale. Esplosione che quella mattina era prevista per le otto.

Per la verità Ambrogio non era solito all’uso della sveglia: gli creava uno stato d’ansia sapere che a una precisa ora il silenzio della casa sarebbe stato squarciato, improvvisamente, per quindici secondi, da un gracchiare metallico; ma aveva deciso di fare un’eccezione, del resto quello sarebbe stato un giorno speciale: aveva la possibilità di imprimere alla sua vita una nuova faccia. Quale che fosse non spettava a lui deciderlo, quello che gli premeva era che la vecchia, quella di vinto, deflagrasse, e con essa tutto il suo passato, contraddistinto da una serie di illusioni e idealizzazioni puntualmente andate a male e rimaste a marcire dentro di lui. Il suo corpo, dal cervello sino ai piedi, era divenuto una discarica in cui riversare ogni fallimento incontrato nei cinquantatré anni di un’esistenza che senza possibilità d’appello avrebbe definito misera. E questa discarica era ormai colma, ne sentiva l’olezzo, ne era invaso. Forse era per questo che da qualche mese aveva deciso di troncare definitivamente con l’umanità tutta, di ritirarsi in un volontario esilio e uscirne solo se realmente costretto: fare la spesa, comprare un giornale e pagare le bollette, causa della maggior parte delle sue apparizioni pubbliche.

Aveva venduto la sua vecchia casa, a due fermate di metro dal centro, trasferendosi in un monolocale fatiscente appena fuori città, due settimane dopo che la moglie gli aveva annunciato la sua decisione: lasciarlo e andare a vivere con un rampante agente di borsa, più giovane di lui di sedici anni. Non voleva raggiungere la soglia del mezzo secolo di vita accanto a un uomo insoddisfatto di tutto, senza successo e con una vocazione alla misantropia. Lo amava, questo è vero, ma l’amore è, fra tutti i sentimenti con cui l’uomo s’inganna, il più votato all’egoismo, il più egocentrico e il più mistificato. Bisogna innanzitutto amare se stessi. E lei si amava. A quarantanove anni era ancora una bella donna: i suoi capelli erano lisci e castani, arrivavano fino al lungo e ben formato collo, i suoi occhi erano dello stesso colore e, soprattutto, aveva un portamento elegante, troppo elegante per riservarlo a una persona che disprezzava la vita pubblica. Non basta una vita intera affinché due persone, prima estranee e poi amanti, possano vedere il loro amore saldo e solido, resistente come il Pantheon o il Partenone al logorio del tempo, figurarsi se bastavano i ventiquattro anni del loro matrimonio. Lo amava ma amava più se stessa, così lo lasciò. Il matrimonio fallito fu solo l’ultimo dei rifiuti inorganici rimasti a insozzare il suo corpo.

Tutto, deve esplodere tutto.