Punti scardinanti 4

- 29 Maggio 2010

SUD

Come cantori nostalgici di un amore smarrito, non ci dimentichiamo il volto di colei che ci ha generato. Madre Terra muove i fianchi turgidi al ritmo eccitante dei tamburi che riecheggiano nel tramonto aranciato. La sentiamo agitarsi nelle viscere, calda e melliflua. È meravigliosamente bella, e ricca. Ricoperta di ambra e smeraldi, circondata da zaffiri e acquamarine, ha un cuore d’oro giallo e nero. Si veste di rame, argento e diamanti; indossa una corona di bauxite e titanio. È semplicemente regale, e tutti la desiderano.

Schiacciati da un sole feroce che indolenzisce i pensieri, non possiamo staccarci da lei. Se ci sradicano, lo struggimento ci ricorda la nostra appartenenza. Si sono messi in fila per violentarla e litigano aspettando il proprio turno. La vogliono affamata e assetata, inquinata e sopraffatta. Vorrebbero sentirla implorare ma lei non perde la sua atavica fierezza, attirando come miele carnefici e aguzzini. Non sappiamo come strapparla alle mani insanguinate dei suoi boia e non ci resta che piangere. La colpa è loro, di chi l’ha depredata e di chi l’ha svenduta; ma la responsabilità è nostra perché non siamo stati capaci di proteggerla. Chini a raccogliere il cotone e mercificare pezzi di corpo per qualche spicciolo nella ciotola, non ci siamo accorti che avremmo potuto farcela da soli. Se aprissimo gli occhi, vedremmo che sono loro i bisognosi.

Arroganti senza pudore, vogliono spiegarci come reagire. Non comprendono che noi la rivoluzione già la facciamo, con la serenità di chi non ha nulla da perdere. La nostra rivalsa è l’essere felici nonostante tutto, dimostrando che la gioia non è capitalizzabile. Possono comprare la superficie e la profondità del nostro spazio, ma gli attimi di quiete e di piacere non sono in vendita. Noi ci riposiamo all’ombra di un baobab, gustiamo il sapore della cultura, scendiamo nelle strade a danzare la bellezza. Perché sentiamo ancora la voce di Madre Terra che ripete che l’unico tempo in nostro potere è il presente.

OUTRO

Apro la porta e mi corre incontro l’odore di casa. Questa fragranza di legno e vaniglia mi è familiare, ma nel cuore si risveglia una nota estranea e perturbante. Appoggio lo zaino profumato di polvere e chilometri nello stesso punto in cui l’avevo messo ad aspettarmi la notte in cui sono partita. Dove sono stata? A nord, a sud, a est, a ovest. In tutti questi luoghi e in nessuno. Domani mattina, quando mi sveglierò, l’essenza del viaggio avrà impregnato le stanze della mia quotidianità e potrò annusare chi sono diventata.

L’esplorazione della diversità ha cancellato dalla mia mente l’immagine inflessibile di un mondo categorico in cui ognuno recita la parte che gli è stata assegnata. Ho scoperto che esistono dei planisferi in cui al centro non c’è la mia terra. Ho sperimentato che in continenti inimmaginabili c’è la tessera che mi manca per completare il mio puzzle. Le cartine si possono rovesciare e i mappamondi, scardinati dalla base, rotolano dalle vette al mare capovolgendo le certezze. La verità non fa paura: il mio nord può essere il vostro sud, un est può diventare un ovest. Non è il mondo a cambiare, ma il nostro modo di osservarlo.

Io e voi siamo figli di questo tempo. Possiamo precedere la corrente o nuotare nel suo solco, ma non ci è dato di fuggire dal pianeta in cui siamo capitati. Riscopriamo a ogni interazione di essere globali e rifugiarci in un piccolo giardino di idee non salverà la nostra unicità. Per noi, e per chi nascerà domani, c’è solo un’alternativa sostenibile: essere consapevoli che con Google Maps qualsiasi circonferenza del globo può diventare il meridiano zero.

A Stella e Giuseppe, viaggiatori del futuro

 

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