Punti scardinanti 3

- 22 Maggio 2010

EST

Per indagare il mistero del mondo, noi ci ispiriamo alle forme che lo abitano. Nello yoga imitiamo gli animali: il serpente e la tartaruga, il coccodrillo e il gabbiano. Nel taijiquan ci trasformiamo nella gru bianca che apre le ali e nel drago nero che agita la coda. Salutiamo il sole e l’autunno, diventiamo montagne e alberi. Abbracciamo la luna e la solleviamo dal fondo del mare; ci muoviamo come le nuvole e spingiamo la barca seguendo la corrente. Siamo il vento che spazza il fiore di prugna e quello che avvolge nelle foglie il fiore di loto. Danziamo il passo delle sette stelle.

Nell’ayurveda e nella medicina tradizionale cinese osserviamo gli odori, annusiamo i colori, ascoltiamo i sapori e tocchiamo i rumori per intuire gli eccessi e le carenze della carne e dello spirito. Esaminiamo il freddo e il caldo, il vuoto e il pieno, il buio e la luce, lo yin e lo yang per comprendere come mantenere gli equilibri salutari e mutare quelli fatali. Dialoghiamo con il respiro e il dolore per confrontarci con l’opinione del corpo sulle emozioni che lo alimentano; ci curiamo con la dolcezza e il vigore delle mani, con i doni vegetali, animali e minerali che la natura ci concede. Non dimentichiamo mai che l’essenziale è il libero fluire dell’energia vitale, qualsiasi sia il nome con il quale la si identifichi.

Dallo stesso principio si muove la nostra arte della guerra. È la padronanza di sé che rende l’individuo un vincente o un perdente agli occhi dell’altro, ma non è questo il campo della battaglia in cui si esprime la divina umanità. Combattendo con l’arco, la lancia e il ventaglio, non ci concentriamo sull’annientamento dell’avversario ma sul confronto autentico con la nostra natura interiore. Volteggiando nell’aria la spada, il bastone e il pugnale non cerchiamo il trionfo ma la risoluzione melodiosa del conflitto. Convertiamo lo scontro in incontro perché sappiamo piegarci senza spezzarci.

Non crediamo alla verità dogmatica ma a un assoluto capace di manifestarsi in forme infinite. La nostra cosmogonia la costruiamo con le sabbie dell’oro, dei coralli e dei lapislazzuli: nello spazio della meditazione cerchi, quadrati e triangoli si rincorrono e si incastrano alla ricerca di un ordine universale creativo e cangiante. Il nostro sistema filosofico si insegna con gemme e virgulti: l’allievo impara a trovare il naturale equilibrio tra la terra, il cielo e l’uomo, forze complementari del medesimo campo energetico. Nei mandala e nell’ikebana non si simula l’incontrovertibilità perché i fiori appassiranno e la polvere si ricomporrà in una nuova idea. Consapevoli della caducità, godiamo per un battito di cuore dell’eternità.

Noi siamo così: atleti spirituali, combattenti amorevoli, monaci sensisti. Ci lasciamo spingere dall’esistenza sull’altalena degli opposti perché riconosciamo che nel loro abbraccio si rivela l’essenza della vita. Bianco e nero non si escludono a vicenda, il caos è necessario all’ordine come l’acqua al fuoco. Per non sentirci smarriti nel mare dell’infinito ci ancoriamo alla pratica quotidiana del rispetto e della saggezza, dell’armonia e della bellezza. Se non ci lasceremo convincere che la lotta è un’alternativa facile all’accettazione, che la bomba atomica è più reale dei ciliegi che fioriscono in primavera, allora vedremo ancora sorgere il sole al nostro fianco.

 

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