Punti scardinanti 2

- 15 Maggio 2010

OVEST

Non è una questione di genere. Chi più di noi condanna il burqa? Chi ha denunciato con il nostro stesso accanimento gli orrori del sati e dell’infibulazione? Nelle nostre sagge dichiarazione d’intenti, la parità tra l’uomo e la donna non è un corollario trascurabile. Ma ormai il Dna occidentale si evolve in una direzione univoca e non riusciamo neppure a considerare un’alternativa all’idea di progresso che si è inscritta nei nostri cromosomi. Siamo una cultura fallica.

Il nostro gioco preferito è fare la gara a chi ce l’ha più lungo. Più grosso, più duro. Più potente, più ricco, più spietato. Non conta che ci faccia stare meglio, l’importante è che sia più di qualcun altro. Lo facciamo con i princìpi: la nostra libertà è più vera e la dobbiamo imporre al mondo. Non ci tiriamo indietro neppure di fronte a dio: il nostro è il più buono e il suo nome si scrive con la lettera maiuscola. Competere è diventato un piacere a cui nessuno deve rinunciare. Maschi e femmine, giovani e vecchi, etero e omo: è così che si gode.

Siamo consapevoli che non ci può essere un vincente senza un perdente. Il nostro bisogno di conflitto è fisiologico e, alla stregua della fame, abbiamo imparato a soddisfarlo. Gli avversari perfetti sono quelli che ci assomigliano: ciecamente convinti della loro superiorità, ci offrono l’alibi per annientarli. Ci vanno bene anche gli smidollati che, arrendendosi a priori, ci risparmiano i sensi di colpa. Quando gli altri non sono disposti a farsi fagocitare, i nemici li creiamo in mezzo a noi. Travestiamo ogni giorno i nostri simili da diavoli e streghe per convincere la maggioranza che la guerra è necessaria alla civiltà. Ci educhiamo a ragionare per opposizione per non accorgerci che siamo tutti i sabotatori di noi stessi.

Rinunciando a contraddirci, da portatori di razionalità ci siamo riconvertiti in seminatori di violenza. Ci hanno lasciato fare: devastavamo terre e raccoglievamo gratitudine, tagliavamo teste e vincevamo voti. Nel buio dei cieli rivali perfino napalm, uranio e plutonio sono apparsi giustificabili. Ci è capitato di inciampare in qualche ribelle ma è bastato cambiare le regole per trionfare. Davamo per scontato di essere sempre i vincitori che anche la pietà ci è sembrata superflua. Ma i nemici hanno imbracciato le nostre stesse armi: noi abbiamo costruito un grattacielo di quattrocentoquindici metri e loro hanno raddoppiato. Incapaci di eguagliarci, hanno messo in ginocchio i nostri ego da centodieci piani ridendo delle lacrime dei miscredenti.

Ora che abbiamo assaggiato la disperazione, sappiamo di non bastare a noi stessi. Non ci diverte più il mondo che abbiamo plasmato a nostra immagine e somiglianza, ma non riusciamo a immaginarne uno diverso. Siamo troppo arroganti per tendere la mano al nemico che preferiamo soffocare lentamente nelle nostre convinzioni putrescenti. Per non soffrire la decadenza e la fame di pace che ci divora, fingiamo che nulla sia cambiato. Mangiamo e vomitiamo, ci imbottiamo di psicofarmarci, alziamo il volume della televisione al massimo. Costruiamo il nostro oblio, dimenticandoci di salvare ciò che potrebbe salvarci.

 

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