Punti scardinanti 1

- 8 Maggio 2010

INTRO

Per il mio quinto compleanno mio nonno mi regalò un mappamondo. Era grande come una palla da basket e dalla base di plastica scodinzolava un filo nero. Si collegava alla presa di corrente, si schiacciava l’interruttore e ci si abbandonava alla magia. Il globo emanava un bagliore ipnotico e azzurrognolo. Stavo con lui per ore, al buio. Sdraiata con la pancia a terra e il mento tra le mani, scrutavo i nomi indecifrabili delle capitali straniere e le isole microscopiche spolverizzate sull’Atlantico. Facevo un gioco: spingevo forte perché ruotasse, chiudevo gli occhi e puntavo un dito, a caso. Ecco, io un giorno andrò qui. E laggiù, e anche quassù. Attraverserò i deserti e gli oceani, e scoprirò com’è fatto il mondo.

A sei anni iniziai la scuola e il tempo si riempì di compiti, quaderni e sussidiari. Sulla parete dell’aula, a pochi metri dalla cattedra e dal crocifisso, c’era un planisfero. I cinque continenti erano gli stessi del mappamondo ma rimanevano seri e immobili dove li avevano disegnati. La maestra mi insegnò che quello era il modo corretto di guardare il cosmo: noi al centro, loro dei satelliti. I professori mi spiegarono come relazionarmi agli altri: chi ammirare, chi compatire, chi invidiare, chi ignorare. La geografia emoculturale di quel mondo era piatta e statica, come la sua rappresentazione. Nessuna evoluzione era prevista.

Non mi hanno convinta che tutto sia come dicono loro. Forse qualche ragione ce l’hanno, ma è troppo limitata per contenermi. Mi ricordo la gioia di quei pomeriggi olimpici, la noia non vince sulla fantasia. Non nel mio universo, non nel vostro. Se anche il mondo rimanesse inalterato, ora siamo noi a poterci muovere. Partiamo. Ogni esplorazione è una possibilità di cambiamento.

NORD

Qui la tavolozza è spaccata a metà, sono netti i confini tra i colori della natura e quelli dell’uomo. La bellezza è pericolosa come l’infinito abbagliante del ghiaccio, i vortici cobalto, il prisma smeraldo dei boschi. Verde, blu, bianco. Dove ci sono il rosso e l’arancio abbiamo vinto. Siamo fieri di questo trionfo e orgogliosi della crudeltà immorale dell’avversario. La lotta ci testimonia il nostro valore.

D’inverno lo spazio tra il tramonto e l’alba è un luogo da riempire di parole e acquavite. È così vasto che i flussi di coscienza a volte non bastano a scongiurare il vuoto. È così buio che incespichiamo nel pavimento della follia. C’è solo una promessa a cui possiamo avvinghiarci: se sopravviveremo alla stagione dell’oscurità godremo delle notti bianche.

Ma non è semplice dimenticare l’inverno quando arriva la luce. Se ce l’abbiamo fatta è perché avevamo olio, farina, legna da ardere. Il prossimo anno potrebbe essere peggiore di quello passato. La nostra saggezza è saper procastinare la gioia per proteggerci dal dolore. La fame fa soffrire, e noi conosciamo la sua stoffa ruvida. Per tenerla lontana è nostro dovere lavorare.

E se le regole sono necessarie, per loro siamo capaci di creare un’estetica. Il marciapiede lindo e liscio è il nostro capolavoro. Glielo abbiamo spiegato all’extracomunitario che lo lustra che è così che si fa. Ha annuito, a testa bassa.

 

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