Lettori e taciturni

Il giorno in cui morì Kurt Cobain, Grazia finì di leggere L’insostenibile leggerezza dell’essere. Mentre nelle teste dei suoi compagni rimbombava quel fatale colpo di fucile, lei pensava ai tradimenti di Tomáš e ai tormenti della povera Tereza, la fotografa fragile che portava “un libro sottobraccio” per farsi riconoscere dalle anime affini alla sua. In una sorta di sorellanza metaletteraria, Grazia aveva deciso di portare sempre con sé, bene in vista, proprio il romanzo di Kundera, edizione Adelphi, copertina in brossura azzurra sgualcita, le pagine fitte di biglietti dell’autobus usati come segnalibro. Ma quella dichiarazione di apertura al mondo non le era servita: nessuno le si era avvicinato per dirle che in quel suo gesto di appartenenza si riconosceva. Nessuno le aveva chiesto: chi è Kundera? E di cosa parla questo romanzo?

Poco male: alla solitudine, Grazia era abituata.

Come al silenzio.

Che non era mai silenzio puro: nella sua testa, come un brusio ininterrotto e sommesso, fluttuavano costantemente frotte di pensieri, inesauribili, incontenibili, articolati.

Era come una radio sempre accesa. Non riusciva neanche ad ascoltarla, la musica per cui i suoi coetanei impazzivano, perché interferiva con le frequenze del suo pensiero.

Per questo Grazia leggeva tanto, talmente tanto che sembrava volesse esaurire la biblioteca di Babele.

Perché nel caos cacofonico che aveva dentro, l’unico modo per far entrare il mondo esterno era attraverso la parola scritta: che non richiedeva ascolto, e s’infilava tra le voci dentro di lei senza rubar loro spazio.

Grazia era bellissima, anche se non lo sapeva. Era una ragazza che non si dimentica facilmente, ma lei non sapeva neanche questo, e credeva di essere insignificante.

Grazia aveva sedici anni, lunghi capelli scuri che le ricadevano ricciolando sulla schiena, il naso spruzzato di lentiggini, uno sguardo ardente e assorto e polsi e caviglie sottilissimi. Grazia era una combattente. Dichiarava la sua appartenenza (politica, ideologica) indossando lunghe gonne zingaresche che sfioravano i piedi seminudi nei sandali e bracciali d’argento tintinnanti.

Aveva passione da vendere e niente filtri tra sé e la sua anima: era ferocemente coerente, intelligente e matura, e forse per questo era tanto triste.

Eppure, eppure.

Qualcosa, chissà come, chissà perché, era cambiato, da un po’ di tempo a questa parte. Quella faccenda delle anime affini, del libro sottobraccio, sembrava avere un senso, adesso.

Tutto aveva un senso, anche quel sole accecante, anche l’erba sotto i piedi a Villa Pamphili, dove si trovava ora.

Appena superò l’ingresso, li vide: Rangio era in piedi, una sigaretta in una mano e l’altra sollevata a ripararsi gli occhi dalla luce.

Milena aveva sistemato la bici contro un albero, e stava seduta a terra a gambe incrociate, la testa di Simone poggiata sulle ginocchia. Rangio vide Grazia, e i suoi occhi scintillarono chiarissimi. Anche da lontano, sembravano gridare: Ti stavamo aspettando! Grazia chiuse il libro, lo fece scivolare nella borsa e sorrise.

Ecco cos’era cambiato: era un segreto che aveva imparato da poco e ancora non aveva rivelato a nessuno. L’unico modo che aveva trovato per far tacere il brusio nella sua testa era ascoltare la voce dei suoi amici.

Con la mente finalmente libera, e un gran senso di sollievo, si avviò nella loro direzione.

Era il 5 aprile 1994, Villa Pamphili sfavillava e in cielo non c’era neanche una nuvola.