Ardesia (con omaggio a Benni)

Il giorno in cui morì Kurt Cobain Rangio aveva passato la mattinata a ricoprire di scritte i muri appena rimbiancati della sua camera con un pennarello indelebile.

Quando la radio accesa sul comodino diede la notizia, lui stava vergando la parola “chissenefrega” in un angolo del soffitto, in piedi su una sedia poggiata sulla scrivania.

Rangio aveva solo quindici anni, ma Kurt Cobain lo conosceva bene.

Gli piacevano di lui il concerto unplugged che aveva registrato coi Nirvana per MTV e l’amore sviscerato per la figlia Frances.

La voce no, non lo aveva mai davvero convinto. Non lo diceva ai suoi amici, tutti entusiasti di Kurt (e infatti lo chiamavano così, Kurt, solo col nome di battesimo, come se fosse un amico, uno di famiglia) ma lui preferiva il timbro graffiante e gli eccessi edonistici di Axl Rose.

Come Axl, Rangio aveva lunghissimi capelli da vichingo e labbra carnose, in bilico tra le quali teneva sempre una sigaretta. Come in Axl, in lui spiccavano, in un contrasto che faceva impazzire le ragazzine del liceo che frequentava, il viso da bambino e lo sguardo animalesco, affamato, arrogante. Di quella somiglianza lui era ovviamente felice.

Perché quell’adolescente biondo, che era l’incubo incarnato di ogni genitore (Rangio fumava come una ciminiera, indossava jeans a brandelli e magliette con scritte offensive, scappava di casa per giorni, abbandonava fidanzatine invaghite dopo aver spezzato loro il cuore, faceva a cazzotti con allarmante frequenza e sembrava non amare nessuno) si addormentava ogni notte sognando il suo idolo, come certe sue coetanee sognavano lui stringendo un orsacchiotto di pezza al petto.

Rangio pensava che se avesse raccontato ad Axl quello che aveva passato nella vita (e ne aveva passate, di cose) lui avrebbe accettato di incontrarlo, e magari avrebbero bevuto Jack Daniel’s e suonato insieme. Mentre aspettava quell’incontro, si allenava con tenacia implacabile, spaccandosi i polpastrelli sulle corde della chitarra elettrica e rifiutando inviti a uscire, perché non poteva concedersi tregua.

Solo quando era chino sullo strumento il suo sguardo si spogliava della sua crudeltà raggelante.

La madre (una madre che riempiva il loro enorme appartamento su viale di Villa Pamphili di ninnoli, fotografie e surgelati in freezer, ma quasi mai delle parole giuste) temeva quegli enormi occhi color ardesia. Eppure ignorava, per quanto credesse di conoscerli, che gli occhi di Rangio non erano propriamente color ardesia: vi si alternavano tempeste e schiarite. Diventavano grigi se lui era arrabbiato, celesti quando era felice, di un torbido blu carta da zucchero se era triste. Se lo avesse visto in quei momenti, mentre suonava tenendo fuori il mondo intero, in quegli occhi adesso azzurrissimi avrebbe visto quello che Rangio si portava sempre appresso, nascosto dietro la facciata di ragazzino spietato: un mucchio di paure, e il desiderio disperato di uscire vivo da quell’adolescenza infame.