Ritratto

Il giorno in cui morì Kurt Cobain Simone portò a sviluppare sei rullini fotografici: b/n, 400 ASA, tutti da trentasei pose: un totale, quindi, di 216 fotografie, la maggior parte delle quali di sconosciuti.

A Simone piaceva immortalare persone di cui non sapeva nulla attraverso l’obiettivo della sua Yashica: mentre l’otturatore si serrava, aveva l’impressione che la loro storia gli si schiudesse davanti agli occhi, fin nei minimi particolari.

La sua foto preferita, però – la teneva appesa con una puntina da disegno in camera sua – era uno scatto in cui aveva immortalato se stesso, fotografandosi allo specchio. Stava seduto sul letto sfatto, poggiato con la schiena sul cuscino sollevato contro il muro. La gamba destra era allungata sul materasso e il piede, coperto da un calzino di spugna nero, risaltava in primo piano. Simone teneva la macchinetta fotografica in mano, accanto alla guancia, e lo sguardo era rivolto in alto, in un gesto che voleva simulare indifferenza, casualità.

Simone trovava la foto bellissima. Ogni volta che la guardava gli veniva in mente una cosa piuttosto bizzarra: che non aveva bisogno, in fondo, che nessuno lo conoscesse “davvero, “in profondità”, “intimamente”; la sua essenza (la sua anima, avrebbe detto se la cosa non fosse suonata troppo poco nichilista per i suoi gusti) era tutta lì, in quel ritratto. Ed era stato lui stesso a catturarla. Lui, in sostanza, si conosceva meglio, più “in profondità”, più “intimamente” di quanto chiunque altro potesse fare.

Gli altri non gli servivano. Nella sua camera, piena di poster e fotografie, c’era l’unico mondo che gli interessava esplorare: se stesso.

Simone aveva diciott’anni, era alto, dinoccolato, con le fossette sulle guance. Indossava sneakers mezze sfondate e camicie di tre taglie più grandi, ed era bulimicamente interessato all’arte. Tutto il resto erano solo chiacchiere vuote.

Solo di recente, ad essere onesti, questa sua attitudine al monadismo aveva cominciato a scricchiolare: e molto del merito andava al fratellino, un fagottino di 16 mesi coi capelli scurissimi.

In quel minuscolo essere umano con le manine morbide (figlio di suo padre e della nuova moglie) Simone vedeva un pezzetto di se stesso. E una possibilità.

La prima volta che s’era tirato su dal passeggino aggrappato al suo pollice, lui aveva avuto voglia di piangere. E subito dopo, di dirlo a tutti: ma non c’era nessuno con loro, e Simone aveva capito che se voleva che qualcuno fosse testimone delle vittorie che il piccolo avrebbe inanellato ogni giorno da lì in poi, doveva essere lui. Allora aveva cominciato a portarselo ovunque: facevano lunghe passeggiate lungo i marciapiedi ordinati di via Poerio o per sentieri di ciottoli di villa Sciarra.

Il corpo del bimbo addormentato sembrava adattarsi perfettamente alla spalla del ragazzo su cui era poggiato, e proprio quando ci aveva pensato per la prima volta Simone aveva cominciato a realizzare che in effetti, dopotutto, poteva permettere a qualcun altro di entrare nella sua vita. Che a volte la nostra essenza, la nostra anima, ha bisogno di avvicinarsi a quella di un altro per crescere, per cambiare. Che forse da un po’ la sua anima, tanto irrequieta e ingombrante da dargli sempre l’impressione che gli sarebbe esplosa fuori dal corpo, si era in parte rovesciata dentro il fratellino.

E adesso, quindi, dentro di lui c’era più spazio per accogliere il mondo.