Due ruote

Il giorno in cui morì Kurt Cobain Milena compiva quattordici anni.

Per la precisione, mentre la notizia si diffondeva in Italia gettando nel panico migliaia di ragazzini, lei caracollava, assolutamente ignara, lungo la Passeggiata del Gianicolo in sella alla sua bicicletta.

Se qualcuno l’avesse ripresa dall’alto con una telecamera, in quella giornata di aprile limpidissima, avrebbe inquadrato prima i capelli lunghi, ricci, rossi, che le sventolavano dietro come una bandiera; poi il sorriso incerto, le mani con le unghie dipinte di verde strette sul manubrio, la gonna nera che schioccava al vento e infine un anfibio slacciato: una quasi adolescente tersa come certi cieli romani d’estate.

E sarebbe stata un ritratto piuttosto veritiero di lei: Milena era la purezza fatta persona.

Nulla in lei lasciava intuire alcunché di subdolo, sgradevole, ambiguo. Nulla lasciava credere che presto sarebbe diventata un’adulta.

E infatti a Milena piacevano le patatine con dentro la sorpresa, i lucidalabbra alla frutta, le Converse colorate e i bracciali di plastica. Che la trasformazione da bambina a teenager in lei non fosse ancora del tutto compiuta era ovvio, ma questo indugiare prolungato sulla soglia di due mondi le conferiva un fascino abbagliante, perché privo di malizia, quasi naif.

Una volta, pochi giorni prima quel mattino assolato, Milena era entrata in libreria per comprare un libro che parlava di un viaggio in Cina: l’aveva preso in mano e sfogliato oziosamente, e poi, catturata dalle immagini, si era seduta a terra per proseguire la sua esplorazione, completamente inconsapevole del curioso spettacolo che offriva al libraio e ai clienti. Aveva continuato a leggere per qualche minuto, il naso immerso nel volume, poi si era alzata, con assoluta naturalezza, e si era avvicinata alla cassa. Aveva pagato e ringraziato ed era uscita dal negozio, inforcando la bicicletta e scampanellando in segno di saluto, proprio come fanno i bambini.

Milena considerava la sua bicicletta la sua migliore amica, e insieme sfrecciavano per le strade trafficate di Roma, sfidando il rumore e la folla e la confusione e lasciandosi dietro una scia impalpabile, come un profumo prezioso, che gli automobilisti cancellavano subito con il rombo dei loro motori.

Milena passava i pomeriggi a fare cappuccini nel bar di famiglia (mai una festa, un’uscita con i compagni di classe, un pomeriggio di studio con un’amica), dove a sentire il padre sarebbe rimasta per tutta la vita, e a sognare di diventare un’infermiera. Le piaceva immaginarsi mentre sprimacciava un cuscino a una vecchina coi capelli bianchi, le misurava la febbre e la guardava addormentarsi. Grazie, signorina, avrebbe detto la donna, scivolando nel sonno. Si figuri, è il mio lavoro, avrebbe risposto lei con un sorriso.

Certe volte, quando era particolarmente felice, le sembrava quasi di sentirla, la voce di quella signora gentile. Come oggi: c’era un sole abbagliante, lei aveva i piedi poggiati sui pedali e il ronzio metallico delle ruote la rassicurava che tutto sarebbe andato bene, finché continuava a correre.