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Tiroide 4

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Dicono che i romani passino la maggior parte della loro vita in fila. Vale anche per gli studenti che vorrebbero accedere alla segreteria. Alle sette e mezza c’è un serpentone da fare invidia alle montagne russe di Disneyland Paris. Ci sono stato almeno otto anni fa. All’entrata c’era il cartello con indicata la durata approssimativa di attesa. Novanta minuti resi ancora più traumatici da vedermi passare accanto, a un metro, l’attrazione alla quale tanto anelavo.

Cerco di cancellare il ricordo, immaginando di stare in fila per la grattachecca della Sora Lella, sapendo già che, raggiunto lo sportello, chiedere informazioni burocratiche non sarà come bere e mangiare la succosa “Dissetante”.

Mi accorgo che ho il cellulare spento da ieri. Appena prendo linea, impazzisce. Venti chiamate perse, tutte di mia madre. Ieri ho ritirato i nuovi risultati e a quanto pare il nastro DAT non è servito. Sto per telefonarle, ma improvvisamente la suoneria risveglia gli zombie avanti e dietro di me. Numero sconosciuto.

– Pronto, signor Maravelli?

– Sì, sono io. Chi parla?

– Sono la segretaria del dottor Latorre. Aveva chiesto un appuntamento. Le va bene il dodici?

È il nuovo endocrinologo, è di Roma. Non aspettavo altro.

– Speravo un po’ prima, ma va bene. La ringrazio.

Saluto e attacco. Sono le otto e venti e ho risposto al telefono. La legge di Murphy agnostica ha colpito ancora. Il dodici ho la seduta di laurea. Provo a contattare la segretaria. Nessuna risposta. Abbandono il serpentone di corsa.

Devo raggiungere il mio appartamento, recuperare il malloppo con i referti e precipitarmi da Latorre, sperando accetti un disperato senza prenotazione. Nel tragitto il cellulare squilla più volte. È mia madre. Non rispondo. Arrivato a casa, provo a ricontattare lo studio medico. Utopia.

In metro penso a quanti messaggi di chiamata aggrediranno il mio samsung, una volta tornato in superficie.

Spiegate le mie ragioni alla segretaria, mi siedo e nell’attesa cancello quindici sms.

Latorre ha modi molto informali, anche se è la prima volta che discutiamo. Legge velocemente il malloppo.

– A quanto pare, escludendo quel breve picco di tre mesi fa, procedi con una certa costanza. Fa’ attenzione ogni giorno a prendere il Tapazole, per ora rimaniamo con il dosaggio attuale.

Per il resto risentiamoci ai prossimi esami del sangue.

Mi porge la mano. Rimango interdetto pur ricambiando timidamente la stretta.

– Non preoccuparti per i soldi, non ti ho manco visitato. Vediamo prima come va, ok?

“Ok”? Immagino Fusilli pronunciare la stessa parola e mi rendo conto che risulterebbe più inquietante di Linda Blair ne “L’esorcista”.

– Ci sentiamo per telefono tra qualche mese.

È assunto.

Stavolta sono da solo ad aspettare il professore. I romani in fila fanno parte degli umani in attesa.

Arriva sempre quindici minuti dopo l’orario stabilito. Il famoso quarto d’ora accademico.

– Salve professore.

– Caro Maravelli, come va la tiroide?

 

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2 commenti

  1. Verissimo questo assunto sui romani: le file sono sempre dietro l’angolo e per lo più sono chilometriche (neanche a parlare poi di quelle nel traffico…).
    Sottolineo ancora una volta la predilezione per un linguaggio vivo e quotidiano strutturato all’interno di una sintassi caratterizzata dalla brevità del periodo e dalla concisione delle risoluzioni.

    Aspetto con ansia la prossima puntata.

  2. @Mario: La festa è finita :> Era l’ultima puntata, ma passa dal blog che ci sono sempre novità.